Fasc. 040·02·10·2026
Emanuel Ringelblum e l'archivio sepolto nel ghetto di Varsavia
Nel ghetto di Varsavia, mentre fame e deportazioni svuotavano le strade giorno dopo giorno, un piccolo gruppo di uomini e donne lavorava di notte per salvare qualcosa che ai nazisti non interessava distruggere: la memoria di ciò che stava accadendo. Quello che nascosero sottoterra sarebbe tornato alla luce solo anni più tardi, e non per intero.
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Il 3 agosto 1942 un ragazzo di diciannove anni, David Graber, scrisse un testamento e lo infilò in una delle dieci scatole di metallo pronte per essere sepolte sotto una cantina di via Nowolipki. Non sapeva se sarebbe sopravvissuto, e in fondo aveva già smesso di contare su quello. Scrisse: "Vorrei vivere per vedere il momento in cui questo grande tesoro verrà dissepolto e griderà la verità al mondo... Non importa se noi sopravviveremo, importa solo che il tesoro venga custodito." Poche settimane dopo quelle scatole, insieme ad altre sepolte nei mesi successivi in bidoni del latte, furono calate sotto le fondamenta di una scuola, al numero 68 di via Nowolipki. Dentro c'erano diari, poesie, biglietti del tram, menu delle mense comuni, disegni di bambini, rapporti clandestini sulle deportazioni: il ghetto che si raccontava da solo, prima che qualcun altro potesse farlo per lui o, peggio, farlo tacere del tutto.
Un sabato che non era un sabato
A organizzare tutto questo c'era Emanuel Ringelblum, storico ebreo polacco con una formazione da ricercatore e un'ostinazione da archivista. Già prima della guerra si era occupato di storia sociale degli ebrei polacchi; quando i tedeschi chiusero Varsavia nel suo ghetto, nell'autunno del 1940, capì che si trovava di fronte a un evento che nessuno avrebbe raccontato dall'interno se lui non avesse organizzato qualcuno per farlo. Fondò così un gruppo clandestino che chiamò Oneg Shabbat, "la gioia del sabato": un nome scelto apposta per sembrare innocuo, perché i membri si incontravano davvero di sabato, fingendo un semplice ritrovo religioso o conviviale.
Erano decine di persone: insegnanti, rabbini, economisti, scrittori, semplici abitanti del ghetto reclutati per raccogliere testimonianze. Tra loro Hersz Wasser, che fungeva da segretario e coordinatore, e sua moglie Bluma, che si rivelerà poi decisiva. Il gruppo lavorava con metodo quasi accademico: distribuiva questionari, raccoglieva diari personali, trascriveva barzellette che circolavano nel ghetto (anche l'umorismo nero, in quelle condizioni, era materiale storico), fotografava manifesti nazisti, conservava persino le etichette dei generi alimentari razionati. Nulla era troppo piccolo per essere memoria.
Le lattine sotto le rovine
La scelta di affidare tutto a lattine di latta e bidoni del latte non era casuale: erano contenitori abbastanza robusti da resistere all'umidità del sottosuolo, e abbastanza comuni da non destare sospetti se visti in giro. La prima sepoltura avvenne nell'agosto 1942, nel pieno delle grandi deportazioni verso Treblinka che in poche settimane svuotarono il ghetto di centinaia di migliaia di persone. Una seconda cache fu sotterrata nel febbraio 1943, poco prima della rivolta armata del ghetto che sarebbe scoppiata in aprile. Di una terza sepoltura, forse la più ricca, si sa solo per i racconti dei sopravvissuti: non è mai stata ritrovata, e probabilmente non lo sarà, perché l'intero quartiere fu rasato dai tedeschi dopo la rivolta.
Ringelblum non vide la fine della guerra. Riuscì a fuggire dal ghetto nel 1943 e si nascose insieme alla famiglia in un bunker sotto una casa nella Varsavia "ariana", in un rifugio che i suoi protettori chiamavano Krysia. Fu scoperto dalla Gestapo nel marzo 1944 e fucilato poco dopo, insieme alla moglie, al figlio e a decine di altre persone nascoste con lui. Dell'archivio da lui fondato, in quel momento, non restava alcuna traccia visibile: solo la terra, sopra due buche, e la memoria di chi era sopravvissuto e sapeva dove scavare.
Il ritorno alla luce
La guerra finì, Varsavia era in gran parte un cumulo di macerie, e per diversi anni nessuno si mosse: molti dei pochi superstiti del gruppo Oneg Shabbat erano morti o dispersi. Fu proprio Hersz Wasser, uno dei pochissimi sopravvissuti del gruppo originario, a guidare le ricerche. Il 18 settembre 1946 un gruppo di operai, sotto la sua indicazione, scavò tra le rovine dell'ex scuola di via Nowolipki e riportò alla luce le dieci scatole di metallo della prima sepoltura. Nel dicembre 1950, durante nuovi lavori di sterro nella stessa zona, emersero anche i due bidoni del latte della seconda cache. Dentro, rotoli di carta ammuffiti, inchiostro sbiadito, ma leggibili: quasi 1700 documenti, per un totale che oggi si stima tra le ventimila e le trentacinquemila pagine.
La terza sepoltura resta un enigma aperto. Alcuni la collocano sotto quello che oggi è un incrocio trafficato, altri sotto un edificio ricostruito nel dopoguerra; nessuno scavo autorizzato l'ha mai confermata, e con ogni probabilità la verità su dove si trovi esattamente è scomparsa insieme a chi la seppellì.
Quello che resta
Oggi l'archivio Ringelblum è conservato presso l'Istituto Storico Ebraico di Varsavia, e dal 1999 una sua parte è inclusa nel registro Memoria del Mondo dell'UNESCO: non come semplice documentazione della Shoah, ma come testimonianza di una comunità che ha scelto di raccontarsi mentre veniva annientata, sapendo che forse nessuno dei narratori sarebbe arrivato a leggere il finale della propria storia. Resta la domanda che ancora oggi guida chi cerca per Varsavia: sotto quale pezzo di marciapiede, sotto quale palazzo ricostruito, dorme la terza cassa che nessuno ha mai trovato.
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