Fasc. 021·13·09·2026
Felice Pedroni: il minatore di Fanano che arrivò troppo tardi al Klondike
Quando raggiunse lo Yukon inseguendo la febbre dell'oro, le concessioni migliori erano già finite da anni. Quello che accadde dopo, un po' più a ovest, avrebbe messo il nome di un paese dell'Appennino modenese su una mappa dell'Alaska.
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Nell'estate del 1902 un uomo di quarantaquattro anni, italiano di nascita, si china su un ruscello a nord di un fiume che gli indiani chiamavano Chena, nell'interno dell'Alaska. Ha il setaccio in mano da più di vent'anni, prima nelle miniere di rame del Michigan, poi tra le colline del Colorado, infine lungo i fiumi ghiacciati dello Yukon. Si chiama Felice Pedroni, ma da quando ha lasciato l'Appennino modenese quasi tutti lo conoscono come Felix Pedro. Quando quella sera setaccia la sabbia del ruscello e vede brillare le pagliuzette gialle, non lo sa ancora, ma ha appena innescato la nascita di una città.
La febbre che veniva dal Klondike
Per capire cosa ci facesse Pedroni in un angolo remoto dell'Alaska bisogna tornare indietro di sei anni, e qualche centinaio di chilometri più a est, nello Yukon canadese. Il 16 agosto 1896 tre cercatori, George Carmack e i suoi soci indigeni Skookum Jim Mason e Dawson Charlie, trovano oro in quantità sorprendente lungo il Rabbit Creek, che verrà presto ribattezzato Bonanza Creek. La notizia impiega quasi un anno a raggiungere il resto del mondo: arriva davvero solo nel luglio del 1897, quando due piroscafi, l'Excelsior a San Francisco e il Portland a Seattle, attraccano carichi di uomini con le tasche piene di pepite. Un giornale di Seattle titola che è sbarcata "una tonnellata d'oro", e la frase basta ad accendere una delle più grandi corse all'oro della storia.
Nell'arco di pochi mesi circa centomila persone lasciano case e lavori per raggiungere il Klondike. Il viaggio è tutt'altro che una passeggiata: si risale la costa fino a Skagway o Dyea, si affronta a piedi il valico del Chilkoot, un pendio di ghiaccio così ripido che gli aspiranti minatori devono percorrerlo decine di volte per trasportare tutto il proprio equipaggiamento. La polizia a cavallo canadese, la North-West Mounted Police, impone a ogni straniero di portarsi dietro provviste per un anno intero, quasi una tonnellata di materiale a testa, pur di evitare che migliaia di affamati muoiano di stenti nell'inverno artico. Di quei centomila partenti, si stima che solo trenta o quarantamila arrivino davvero a destinazione. E quando arrivano, la delusione è quasi la regola: le concessioni migliori lungo il Bonanza e l'Eldorado sono già in mano a chi si trovava lì fin dall'inizio, i cosiddetti sourdough, i "pasta acida", i veterani che avevano già passato un inverno intero in quelle terre. Gli ultimi arrivati, i cheechako, i "nuovi arrivati" in gergo locale, trovano soprattutto fango, prezzi impossibili e voci di nuovi giacimenti sempre un po' più a nord, un po' più a ovest.
Un minatore tra i tanti, in cerca del prossimo Klondike
È in questo flusso di uomini in movimento perenne che si inserisce la storia di Felice Pedroni. Nato a Fanano, un paese di montagna nel Modenese, nel 1858, emigra ancora giovane negli Stati Uniti in cerca di fortuna, come migliaia di suoi conterranei. Fa il minatore per mestiere prima ancora che per passione: cambia più volte regione, inseguendo ogni nuova voce di giacimento, finché la febbre del Klondike non lo spinge, come tanti altri, verso nord.
Ma Pedroni arriva quando la festa del Bonanza Creek è già finita, o quasi. Anziché fermarsi a litigare per gli ultimi lembi di terra rimasti liberi nello Yukon, si sposta più a ovest, dentro i confini dell'Alaska, seguendo quella logica che avrebbe animato l'intera epoca: se il Klondike è già saturo, il prossimo Klondike sarà da un'altra parte. Passa anni a esplorare i bacini fluviali dell'interno alaskano, un territorio ancora quasi privo di insediamenti stabili, dove il commerciante Elbridge Truman Barnette ha da poco piantato un avamposto commerciale sulle rive del fiume Chena, più per necessità che per calcolo: il suo battello a vapore, diretto altrove, era rimasto bloccato lì dalle acque troppo basse.
Pedro Creek e la nascita di Fairbanks
Quando Pedroni trova oro in un piccolo corso d'acqua a nord del Chena, quel presidio commerciale improvvisato diventa improvvisamente strategico. La notizia si sparge con la stessa rapidità di sei anni prima: nel giro di pochi mesi centinaia di cercatori risalgono il fiume, e attorno al magazzino di Barnette cresce un accampamento che nel 1903 prenderà il nome di Fairbanks, in onore del senatore Charles W. Fairbanks. Il ruscello dove Pedroni ha setacciato la sua fortuna verrà chiamato, semplicemente, Pedro Creek; la collina vicina, Pedro Dome.
Non diventerà mai ricco quanto le leggende della zona vorrebbero far credere. Muore nel 1910, ufficialmente per una malattia cardiaca, ma la voce che sia stato avvelenato per il suo oro non ha mai smesso del tutto di circolare tra gli abitanti di Fairbanks: non ci sono prove che la confermino, ma nemmeno che la smentiscano davvero. Per decenni la sua tomba porta solo il nome americanizzato, Felix Pedro, e in pochi collegano quell'uomo alla cittadina di montagna sull'Appennino da cui era partito.
Solo più tardi, grazie al lavoro di storici e appassionati che hanno ricostruito il suo percorso attraverso registri di emigrazione e atti civili, Fanano e Fairbanks hanno riscoperto di essere legate da un filo lungo un secolo e un intero oceano. Oggi le due comunità mantengono rapporti di gemellaggio, e ogni anno la città alaskana celebra il "Golden Days", i giorni in cui un minatore arrivato tardi al Klondike trovò comunque, un po' più a ovest, quello che stava cercando fin dall'inizio.
Resta, sotto la neve dell'interno alaskano, un piccolo corso d'acqua che porta ancora il suo nome adottato: non quello con cui era nato tra le montagne dell'Emilia, ma quello con cui il freddo e l'oro dell'Alaska hanno deciso di ricordarlo.
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