Scritto di notte
rivista di divulgazione culturale

Fasc. 020·12·09·2026

Gli Inuit dissero che i marinai di Franklin si erano mangiati tra loro. Nessuno li credette.

Nel 1854 un esploratore scozzese portò a Londra una testimonianza raccolta dalla viva voce di chi l'aveva vista con i propri occhi, e l'Inghilterra vittoriana scelse di non crederci. Ci sono voluti ossa, sonar e più di un secolo perché il ghiaccio dell'Artico desse ragione a quel racconto.

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Nell'aprile del 1854 l'esploratore scozzese John Rae tornò a Londra con una notizia che l'Ammiragliato britannico non voleva sentire. Aveva raccolto, tra i cacciatori Inuit della penisola di Boothia, un racconto coerente e dettagliato: alcuni anni prima, un gruppo di uomini bianchi, magri e disperati, era stato visto trascinarsi verso sud lungo la costa artica. Poi erano stati trovati i loro corpi, decine di corpi, e su alcuni di quei corpi c'erano segni di taglio compatibili con un solo, atroce significato. Gli uomini della spedizione di Sir John Franklin, l'orgoglio della marina britannica, erano morti di fame al punto da mangiarsi tra loro.

Centoventinove uomini, due navi, un passaggio che non esisteva ancora

Franklin era salpato da Greenhithe nel maggio 1845 con centoventinove uomini a bordo delle navi Erebus e Terror, due bombarde rinforzate, scafate in ferro e dotate di motori a vapore riadattati da locomotive ferroviarie: il meglio che la tecnologia vittoriana potesse offrire. L'obiettivo era completare il Passaggio a Nordovest, la rotta artica tra Atlantico e Pacifico che generazioni di navigatori avevano cercato invano dai tempi di Martin Frobisher. Le provviste erano calcolate per tre anni, forse quattro; i depositi di scorte lungo la rotta e i piani di soccorso, semplicemente, non esistevano, perché nessuno immaginava che un'impresa così ben equipaggiata potesse fallire del tutto.

Le due navi furono avvistate l'ultima volta da un baleniere nel luglio del 1845, nella baia di Baffin, in attesa di condizioni favorevoli per entrare nello stretto di Lancaster. Dopo quel giorno, per l'Europa, Franklin e i suoi uomini scomparvero semplicemente dalla faccia della Terra.

Il ghiaccio che non si aprì più

Ciò che accadde dopo lo si è ricostruito solo per frammenti, mettendo insieme un unico documento scritto lasciato dagli uomini (la cosiddetta Victory Point Note, trovata nel 1859), i racconti orali degli Inuit e, molto più tardi, i relitti stessi delle navi. Erebus e Terror rimasero intrappolate nel pack a nord dell'isola di King William nel settembre 1846 e non si liberarono mai più. Franklin morì l'11 giugno 1847, prima che la situazione precipitasse davvero: la nota trovata nel 1859 lo dice in poche righe, aggiunte a margine di un modulo standard della marina, l'unica testimonianza scritta sopravvissuta di tutta la spedizione.

Nell'aprile del 1848, con le navi ancora bloccate e ventiquattro uomini già morti, i centocinque superstiti le abbandonarono e tentarono la marcia verso sud, trascinando scialuppe pesantissime su slitte, nella speranza di raggiungere gli avamposti della Compagnia della Baia di Hudson sul fiume Back. Nessuno di loro ci riuscì. Morirono tutti, uno dopo l'altro, lungo centinaia di chilometri di costa artica, di fame, scorbuto, freddo e, secondo un'ipotesi discussa ma non definitivamente provata, anche di avvelenamento da piombo, forse dovuto alle saldature delle nuove scatolette di cibo in conserva, un'innovazione che avrebbe dovuto salvarli e che invece potrebbe averli indeboliti ulteriormente.

Una verità che l'Inghilterra rifiutò per sessant'anni

Quando Rae presentò il suo rapporto, la reazione della società vittoriana fu di rigetto quasi immediato. Lady Jane Franklin, la vedova dell'esploratore, si mobilitò per screditare quelle voci; lo scrittore Charles Dickens intervenne pubblicamente, in un celebre articolo sulla rivista Household Words, per difendere l'onore dei marinai britannici, definendo la testimonianza Inuit inattendibile e sostenendo che uomini «civili» non si sarebbero mai potuti abbassare a un simile gesto se non sotto minaccia diretta da parte degli stessi Inuit. Era, insieme, un rifiuto della realtà e un pregiudizio razziale che avrebbe pesato per generazioni sulla ricostruzione storica dell'accaduto.

Le prove che confermarono Rae, e con esse la sostanziale accuratezza dei racconti Inuit, arrivarono molto più tardi. Negli anni '80 e '90 del Novecento, l'analisi delle ossa recuperate sull'isola di King William mostrò tagli da coltello inequivocabili, dello stesso tipo lasciato dalla macellazione di animali. Alcuni resti umani presentavano persino segni di pot polishing, la lucidatura che le ossa assumono quando vengono bollite a lungo in un recipiente metallico.

«Da alcuni corpi mutilati e da qualche caldaia mancante appare evidente che i nostri sventurati compatrioti sono stati ridotti all'estrema, terribile risorsa del cannibalismo.»

Così scriveva Rae nel suo rapporto originale, con un linguaggio già cauto e dolente, che l'Inghilterra ufficiale scelse comunque di non voler ascoltare.

Il ritrovamento, un secolo e mezzo dopo

Per oltre un secolo e mezzo, Erebus e Terror restarono introvabili sul fondo dell'Artico canadese, nonostante decine di spedizioni di ricerca, molte delle quali finanziate proprio da Lady Franklin. La svolta arrivò solo nel XXI secolo, e arrivò ancora una volta grazie alla conoscenza Inuit: fu una mappa orale tramandata da generazioni, unita ai racconti raccolti da Rae e da altri esploratori nell'Ottocento, a indirizzare i sonar dei ricercatori canadesi verso i punti giusti. Il relitto della Erebus fu individuato nel 2014 in una baia poco profonda a sud dell'isola di King William; quello della Terror, ancora più sorprendentemente intatto, fu trovato nel 2016 a decine di chilometri di distanza, in un'insenatura che porta ancora oggi, non a caso, il nome inuktitut di Terror Bay.

Oggi i due relitti sono protetti come sito storico nazionale gestito congiuntamente dal governo canadese e dalla Nazione Inuit Inuktitut, un riconoscimento tardivo ma non banale: quella che per la marina vittoriana era stata la cronaca di un disastro imbarazzante da minimizzare, per gli Inuit era sempre stata, semplicemente, la storia vera raccontata dai propri nonni. Ci sono voluti ghiaccio, ossa e sonar per far combaciare, alla fine, le due versioni.

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