Fasc. 039·01·10·2026
Heinrich Schliemann trovò Troia, mentendo su quasi tutto il resto
Un mercante autodidatta giura da bambino di trovare Troia, e da adulto la trova davvero: ma quasi ogni dettaglio della storia che racconta su come ci sia riuscito è falso, inventato o rubato a qualcun altro.
2 su 5 · 1 voto
Nell'estate del 1873 un uomo di cinquantun anni sta scavando una collina polverosa nella Turchia nordoccidentale, in mezzo a centinaia di operai e a un reticolo di trincee che ha già divorato metà del sito. A un certo punto ordina di sospendere i lavori, fa allontanare gli operai con la scusa del suo compleanno e, da solo o quasi, estrae dalla terra un ammasso di coppe, diademi e gioielli d'oro. Lo chiamerà "il tesoro di Priamo". Dirà che sua moglie Sofia lo aiutò a portarlo via avvolto nello scialle. Sofia, in realtà, in quei giorni non era nemmeno in Turchia: era ad Atene, dal padre malato. È un dettaglio minuscolo, ma racconta bene chi fosse Heinrich Schliemann: un uomo capace di trovare davvero qualcosa di straordinario, e di non riuscire comunque a raccontarlo senza aggiungerci una bugia.
Il bambino, il libro, la leggenda costruita a tavolino
Nella sua autobiografia, scritta per presentarsi al mondo come l'archeologo che aveva realizzato il sogno di un'infanzia, Schliemann racconta che a sette anni il padre gli mostrò un'illustrazione di Troia in fiamme e che lui, da allora, giurò a se stesso che un giorno l'avrebbe trovata. È una scena perfetta, ed è quasi certamente costruita a posteriori, quando ormai la fama richiedeva un'origine romanzesca. Lo stesso vale per altri episodi del suo mirabolante racconto di sé: l'incontro con il presidente americano Millard Fillmore, la presenza sul luogo del grande incendio di San Francisco del 1851. Ricerche successive, condotte da storici come David Traill, hanno mostrato che i tempi non tornano, che molte lettere citate come prove non esistono, che interi episodi sono invenzioni utili a cucire addosso a un mercante arricchito l'immagine di un uomo guidato dal destino.
Perché di mercante, prima che di archeologo, si trattava. Schliemann aveva fatto fortuna commerciando indaco, metalli preziosi e forniture militari durante la guerra di Crimea, ed era entrato nel mondo degli studi classici da autodidatta, imparando il greco antico come aveva imparato una dozzina di altre lingue: a memoria, per necessità commerciali, con un metodo tutto suo. Solo dopo i quarant'anni, ricco abbastanza da permetterselo, decise di trasformare una passione da dilettante in una missione.
Una collina che non era un segreto
C'è un'altra omissione, più grave delle fantasie sull'infanzia: Schliemann non scoprì affatto da solo che Troia si trovava sotto la collina di Hisarlik, in Anatolia. Fu un diplomatico e archeologo inglese, Frank Calvert, a indicargli il sito e a condividere con lui anni di studi e persino parte del terreno di sua proprietà. Calvert aveva pochi mezzi; Schliemann aveva un patrimonio enorme da investire. Nei suoi resoconti pubblici, però, il tedesco ridusse al minimo il contributo di Calvert, intestandosi quasi per intero il merito dell'identificazione. È un copione che si ripeterà: Schliemann sa individuare, o farsi indicare, i luoghi giusti, ma racconta sempre una storia in cui è l'unico protagonista.
Lo scavo di Hisarlik, condotto con operai pagati a cottimo e scarsissima competenza stratigrafica, fu per molti versi un disastro. Impaziente di raggiungere gli strati più antichi, Schliemann fece tagliare un'enorme trincea che attraversò e in gran parte distrusse i livelli corrispondenti all'epoca in cui, secondo la cronologia più plausibile, si sarebbe potuta collocare una guerra di Troia storica. Il "tesoro di Priamo" che portò alla luce apparteneva in realtà a uno strato di circa mille anni più antico di quello. Aveva trovato oro vero, in un luogo vero, ma lo aveva attribuito al re sbagliato di un'epoca sbagliata: un errore che gli archeologi avrebbero impiegato decenni a correggere, proprio perché i metodi di scavo di Schliemann avevano cancellato gran parte delle prove che avrebbero permesso di distinguere uno strato dall'altro.
Il tesoro portato via di nascosto
Il permesso ottenuto dal governo ottomano per scavare prevedeva la spartizione dei reperti. Schliemann lo aggirò facendo uscire clandestinamente il tesoro dal paese, nascosto tra le sue cose personali, e lo donò infine alla Germania, dove fu esposto a Berlino. Fu accusato di contrabbando, pagò una multa, e il rapporto con le autorità turche non si riprese mai del tutto. Il tesoro sarebbe scomparso di nuovo, in circostanze ben più drammatiche, nel 1945: portato via da Berlino dall'Armata Rossa, riemerse solo negli anni Novanta nei depositi del Museo Puškin di Mosca, dove si trova tuttora, conteso tra Russia, Germania e Turchia.
Qualche anno dopo Troia, scavando a Micene, Schliemann avrebbe ripetuto lo schema: una maschera funeraria d'oro, presentata al mondo con un telegramma diventato celebre, in cui annunciava di aver "guardato in viso Agamennone". Anche in quel caso la datazione reale della maschera precede di secoli l'epoca in cui la tradizione colloca il re acheo, e alcuni studiosi hanno sospettato, senza mai poterlo dimostrare con certezza, che Schliemann vi avesse fatto aggiungere dei dettagli per renderla più somigliante all'idea che il pubblico ottocentesco si faceva di un sovrano omerico.
Eppure, alla fine, resta un fatto che nessuna bugia può cancellare: sotto quella collina turca c'erano davvero le rovine sovrapposte di nove città, costruite e distrutte nel corso di tremila anni, e una di esse, non quella che credeva lui, corrisponde ragionevolmente al mondo raccontato da Omero. Schliemann aveva mentito sul come, sul quando e quasi sempre sul merito. Ma il luogo, quello, non lo aveva inventato.
E ora che sei arrivato in fondo all’articolo, votalo da 1 a 5 .
A chi potrebbe interessare questo articolo? Mandaglielo su WhatsApp!