Fasc. 047·09·10·2026
I fratelli Stoltenhoff volevano cacciare foche su un'isola deserta. Ci restarono quasi due anni
Nel 1871 due giovani tedeschi sbarcarono su uno scoglio sperduto dell'Atlantico Sud con un piano semplice: cacciare foche, vendere le pelli, tornare presto a casa. Le cose andarono diversamente.
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Quando la nave che li aveva portati fin lì si allontanò all'orizzonte, nell'autunno del 1871, Gustav e Frederick Stoltenhoff rimasero soli su una roccia vulcanica di sedici chilometri quadrati, battuta dal vento, senza un porto, senza un albero adatto a costruire qualcosa, senza nessuno a cui chiedere aiuto per centinaia di miglia. Avevano con sé fucili, qualche attrezzo, l'entusiasmo di chi crede di aver trovato un'occasione, e un'ingenuità che si sarebbe rivelata quasi fatale: non sapevano scuoiare una foca, non avevano portato corde a sufficienza e non avevano la minima idea di come si costruisce un rifugio capace di resistere all'Atlantico Sud.
Un'isola dentro un'isola remota
Inaccessible Island fa parte dell'arcipelago di Tristan da Cunha, lo stesso che la geografia cita quasi sempre come il gruppo di isole abitate più isolato del pianeta: la terraferma africana più vicina sta a oltre duemilacinquecento chilometri, il Sud America quasi altrettanto lontano. Ma mentre Tristan da Cunha ha un piccolo villaggio, Inaccessible Island, poco più a sud ovest, non è mai stata colonizzata: è disabitata, scoscesa, avvolta quasi sempre nella nebbia, ed è proprio per questo che i due fratelli tedeschi la scelsero. Avevano sentito dire, forse da un abitante di Tristan incontrato durante una sosta, che l'anno precedente qualcuno vi aveva cacciato foche con buoni risultati. Bastò quella voce per convincerli a sbarcare con l'idea di viverci di caccia e di commercio con le navi di passaggio, in attesa che qualcuno venisse a riprenderli.
Il commercio, però, si rivelò quasi inesistente: le navi che si avvicinavano a quelle coste erano rare, e ancora più raro era chi avesse voglia di trattare pelli di foca con due sconosciuti ridotti a vivere in una capanna di fortuna.
Chi fossero esattamente Gustav e Frederick, prima di quello sbarco, resta in parte un mistero: alcune fonti li descrivono come due tedeschi nati a Mosca, partiti verso il Sud Atlantico in un periodo, il terzo quarto del Diciannovesimo secolo, in cui l'emigrazione europea verso rotte lontane e poco battute era spesso l'unica alternativa percepibile a una vita senza prospettive in patria. Non erano né marinai esperti né cacciatori professionisti: erano, più semplicemente, due uomini convinti che un pezzo di terra disabitato valesse il rischio, a patto di saperlo lavorare. Si sbagliavano quasi su tutto, a partire dal materiale più banale: senza corde sufficienti, ogni spostamento sulle scogliere dell'isola, ogni tentativo di calare o recuperare qualcosa lungo i pendii, si trasformava in un'operazione rischiosa.
Capre, maiali e un equilibrio precario
Quello che salvò i due fratelli dalla fame non fu la caccia che avevano programmato, ma un'eredità che non si aspettavano: sull'isola vivevano ancora capre e maiali inselvatichiti, discendenti di animali lasciati lì da naviganti già nel 1816, più di cinquant'anni prima. Fu soprattutto grazie a quel bestiame randagio che Gustav e Frederick riuscirono a non morire di stenti nei mesi in cui le foche si fecero scarse e le provviste portate dalla nave si esaurirono.
Non mancarono i contatti con gli abitanti di Tristan da Cunha, che periodicamente sbarcavano sull'isola vicina per cacciare a loro volta foche e capre. Le fonti, qui, non sono del tutto concordi, e vale la pena dirlo chiaramente: alcuni racconti descrivono un rapporto iniziale di curiosità reciproca degenerato in sospetto e gelosia, fino a veri e propri atti di sabotaggio contro i mezzi di sussistenza dei due tedeschi; altre versioni, più ottocentesche, sostengono invece che furono gli stessi Tristaniani a offrire ospitalità più sicura ai fratelli, che per orgoglio preferirono rifiutare e restare nel loro isolamento. Quale delle due storie sia la più fedele ai fatti, oggi è difficile stabilirlo con certezza: restano solo i resoconti di chi, anni dopo, raccolse quelle voci.
Ventitré mesi, poi una nave scientifica all'orizzonte
I mesi diventarono quasi due anni. Senza un calendario regolare di rifornimenti, con il cibo che si assottigliava e nessuna certezza su quando, o se, sarebbero stati recuperati, Gustav e Frederick videro passare un'estate australe dopo l'altra aggrappati a un progetto che aveva ormai smesso di somigliare a un affare e si era trasformato in una pura questione di sopravvivenza.
La salvezza arrivò nel 1873, e non per caso: a passare da quelle acque fu la HMS Challenger, la nave della spedizione oceanografica che in quegli anni stava compiendo quello che è ricordato come il primo grande viaggio scientifico dedicato sistematicamente allo studio degli oceani del mondo, tra scandagli delle profondità marine e raccolta di nuove specie. Mentre l'equipaggio raccoglieva campioni di fauna e flora su Inaccessible Island, proprio come avrebbe fatto su decine di altre isole lungo il tragitto, gli uomini della Challenger si trovarono davanti due naufraghi volontari, affamati e, a quanto riportano le cronache, letteralmente al limite delle forze. Il comandante, Sir George Nares, decise di imbarcarli e di portarli fino al Capo di Buona Speranza: per Gustav e Frederick fu la fine di un'avventura durata ventitré mesi, conclusa non con un fallimento clamoroso né con un trionfo, ma con un sollievo silenzioso.
Un'isola minore che porta il loro nome
Della vicenda si sarebbe parlato poco, se non fosse stato per lo scrittore sudafricano Eric Rosenthal, che negli anni Cinquanta del Novecento raccolse la storia in un libro, Shelter from the Spray, restituendo ai due fratelli tedeschi un posto, piccolo ma non del tutto dimenticato, nelle cronache dell'esplorazione del Sud Atlantico. Oggi il loro cognome resta scritto sulle carte nautiche: poco lontano da Inaccessible Island, nel gruppo delle isole Nightingale, un isolotto disabitato porta ancora il nome di Stoltenhoff Island.
Resta la domanda che quella vicenda pone a chiunque la legga ancora oggi: cosa spinge due persone a scommettere due anni della propria vita su un'isola che nessuno aveva mai voluto abitare, fidandosi soltanto di una voce raccolta per caso durante una sosta?
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