Fasc. 012·04·09·2026
Bulgakov bruciò Il Maestro e Margherita, poi lo riscrisse fino alla morte
Nel 1930 uno scrittore moscovita, messo a tacere dal regime, brucia le prime pagine di un romanzo che sta scrivendo di nascosto, convinto che nessuno lo leggerà mai. Lo riscriverà fino all'ultimo respiro, senza sapere che a salvarlo sarebbe stata sua moglie.
2 su 5 · 1 voto
Mosca, marzo 1930. In un appartamento freddo vicino al Teatro d'Arte, Michail Bulgakov getta nella stufa un fascio di fogli fitti di correzioni. Non è un gesto isolato: brucia l'inizio di un romanzo a cui lavora da due anni, la storia di un diavolo elegante che arriva a Mosca a seminare scompiglio. Nella cenere restano solo brandelli di frasi, alcuni li ritroverà anni dopo tra le pagine superstiti. In quel momento, però, Bulgakov è convinto che quel libro non vedrà mai un lettore: lo scrive, semplicemente, perché non riesce a smettere.
Uno scrittore messo a tacere
Bulgakov era nato a Kiev nel 1891, medico di formazione, prestato alla letteratura dopo la guerra civile russa. A Mosca aveva conosciuto un successo rapido e altrettanto rapidamente compromesso: la sua commedia I giorni dei Turbin, ambientata tra gli ufficiali bianchi in disfatta, era diventata uno dei rari spettacoli tollerati dal potere sovietico, al punto che si racconta (la fonte è indiretta, ma ricorrente nelle memorie del tempo) che Stalin stesso l'avesse vista più volte a teatro. Il resto della sua opera, però, non ebbe la stessa sorte: dal 1929 le sue commedie furono ritirate dai cartelloni una dopo l'altra, i suoi racconti smisero di trovare editori, le entrate si prosciugarono.
Nel marzo del 1930, disperato, Bulgakov scrisse una lunga lettera al governo sovietico. Non chiedeva favori: chiedeva il permesso di emigrare, oppure, in alternativa, un lavoro qualsiasi in un teatro, anche il più modesto. La lettera arrivò più in alto di quanto immaginasse. Il 18 aprile 1930 lo scrittore ricevette una telefonata diretta da Stalin, che gli propose un posto come assistente regista al Teatro d'Arte di Mosca. Non era la libertà che aveva chiesto, ma bastò a tenerlo a galla: e, forse, a convincerlo che nessun libro davvero pericoloso poteva sperare di essere pubblicato, in quell'aria.
È in questo clima, tra il rogo dei fogli e la telefonata del potere, che nasce la parte più segreta della sua opera.
Un romanzo scritto per nessuno
Bulgakov riprese a lavorare al romanzo l'anno seguente, e non lo avrebbe più abbandonato fino alla morte. Nel corso del decennio il libro cambiò più volte titolo e forma: doveva chiamarsi Il consulente con lo zoccolo, poi Il grande cancelliere, prima di diventare Il Maestro e Margherita. Vi confluivano due storie che si intrecciano capitolo dopo capitolo: da un lato l'arrivo a Mosca di Woland, un signore misterioso dai poteri diabolici, con il suo seguito di personaggi grotteschi (tra cui un gatto nero grande come un uomo, Behemoth, capace di parlare e di giocare a scacchi); dall'altro il racconto, scritto da uno scrittore senza nome che tutti chiamano semplicemente "il Maestro", del processo e della condanna di Ponzio Pilato a Gerusalemme. Sullo sfondo, la burocrazia letteraria sovietica, ritratta senza pietà attraverso la sigla immaginaria MASSOLIT, un'accademia di scrittori più interessata ai privilegi (dacie, ristoranti riservati, tessere) che alla letteratura.
Bulgakov sapeva bene quanto fosse rischioso mettere per iscritto una satira così trasparente del sistema in cui viveva. Non ne parlava quasi con nessuno, non lo propose mai a una rivista. Verso la fine degli anni Trenta, colpito da una malattia renale ereditaria, la stessa che aveva ucciso suo padre, cominciò a perdere la vista. Continuò comunque a lavorare al testo dettandolo, riga per riga, alla moglie Elena Sergeevna, che ne divenne la custode e, per certi versi, la coautrice silenziosa. Morì a Mosca nel marzo del 1940, senza aver mai visto il romanzo stampato.
Il cassetto che si aprì trent'anni dopo
Elena Sergeevna conservò il manoscritto per un quarto di secolo, attraverso le epurazioni staliniane, la guerra, il disgelo incerto degli anni Cinquanta. Solo nel 1966, in pieno regime brezneviano, la rivista Moskva riuscì a pubblicarne una versione fortemente tagliata: interi paragrafi soppressi dalla censura, in particolare i passaggi più esplicitamente critici verso il potere. Anche così mutilato, il romanzo produsse un effetto immediato: i lettori sovietici, abituati a decifrare i silenzi tra le righe, si accorsero subito che mancava qualcosa, e i fogli fotocopiati con i brani censurati circolarono clandestinamente di mano in mano, negli stessi anni in cui circolava il samizdat di altri autori proibiti. Bisognerà attendere il 1973 perché in Unione Sovietica esca finalmente un'edizione integrale.
Da allora Il Maestro e Margherita è diventato uno dei romanzi più amati della letteratura russa del Novecento, letto e riletto proprio per la sua capacità di ridere del potere mentre lo denuncia. Dentro al libro, non a caso, Bulgakov aveva già scritto la propria risposta a chi lo aveva costretto al silenzio: quando il Maestro confessa a Woland di aver bruciato il proprio manoscritto, il diavolo lo corregge con una frase che i lettori russi conoscono ormai a memoria.
"I manoscritti non bruciano."
Bulgakov l'aveva scritto pensando ai propri fogli ridotti in cenere nel 1930. Non poteva sapere che sarebbe stato vero anche per il libro che stava per finire di scrivere, tenuto in vita per trent'anni in un cassetto, da una moglie che non smise mai di crederci.
E ora che sei arrivato in fondo all’articolo, votalo da 1 a 5 .
A chi potrebbe interessare questo articolo? Mandaglielo su WhatsApp!