Fasc. 033·25·09·2026
Il meccanico di Gertrude Stein e la "generazione perduta" di Hemingway
A Parigi, negli anni Venti, il rimprovero di un garagista a un giovane meccanico diede il nome a un'intera generazione di scrittori esuli. Ernest Hemingway raccontò quella stagione trent'anni dopo, nel libro che avrebbe chiuso la sua vita.
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Ernest Hemingway ha ventidue anni, i piedi bagnati e la tasca vuota. È l'inverno del 1921 e nella sua stanza sopra una segheria, in rue du Cardinal Lemoine, fa troppo freddo per scrivere: il carbone costa, e i franchi che gli manda il Toronto Star come corrispondente estero non bastano mai fino alla fine del mese. Così esce, cammina fino a un caffè in place Saint-Michel, ordina un rum St. James e apre un quaderno. Attorno a lui, senza che lo sappia ancora, sta prendendo forma una delle stagioni più fitte di genio e di miseria della letteratura del Novecento.
Una città per chi non aveva niente
Hemingway era arrivato a Parigi con la moglie Hadley Richardson su consiglio di Sherwood Anderson, che gli aveva scritto lettere di presentazione per gli scrittori americani già trapiantati sulla Rive Gauche. Il cambio tra dollaro e franco rendeva la città quasi regalata a chi arrivava dagli Stati Uniti, e questo bastò a trasformare Parigi in un rifugio per un'intera generazione di esuli volontari: reduci della Grande Guerra, poeti squattrinati, pittori in cerca di una luce diversa da quella di casa.
Non tutti vivevano nella miseria raccontata poi da Hemingway: lui stesso, quando gli conveniva alla narrazione, tendeva a esagerare la fame di quegli anni, mentre Hadley portava con sé una piccola rendita che li teneva lontani dal disastro vero. Ma il freddo dei loft senza riscaldamento, le lunghe camminate ai Jardin du Luxembourg per non sentire l'odore del cibo nelle vetrine, i manoscritti persi in una valigia rubata alla Gare de Lyon, quelli erano reali.
La frase di un meccanico e il nome di un'epoca
Al numero 27 di rue de Fleurus teneva salotto Gertrude Stein, scrittrice americana già ricca di collezione (Picasso e Matisse alle pareti) e di autorità letteraria autoproclamata. Fu lei, secondo il racconto che Hemingway avrebbe fatto decenni dopo, a coniare l'etichetta che sarebbe rimasta appiccicata a tutti loro. La versione che circola, e che Festa mobile rese celebre, narra di un garagista parigino che rimproverò duramente un giovane meccanico reduce di guerra, incapace di riparare l'auto di Stein a dovere: "Vous êtes tous une génération perdue", voi siete tutti una generazione perduta.
Stein riferì la frase a Hemingway come un giudizio sui giovani tornati dal fronte, incapaci di trovare un ordine nel mondo. Lui la rilanciò come epigrafe del suo primo romanzo importante, Fiesta (1926), affiancandola non a caso a un versetto dell'Ecclesiaste sul sole che sorge e tramonta sempre uguale: un modo per dire che, perdute o no, le generazioni si ripetono. Della veridicità letterale dell'aneddoto non c'è conferma indipendente: resta un racconto di seconda mano, tramandato da chi aveva tutto l'interesse a renderlo memorabile.
Sylvia Beach, Pound e i tavoli del Dôme
In quegli anni la Rive Gauche era un ecosistema piccolo e densissimo. Sylvia Beach, con la sua libreria Shakespeare and Company in rue de l'Odéon, prestava libri a Hemingway quando non aveva soldi per comprarli e nel 1922 aveva già pubblicato, sfidando la censura americana, l'Ulisse di James Joyce. Ezra Pound correggeva i manoscritti degli amici con la matita rossa e presentava Hemingway a chiunque contasse. Al Dôme e alla Closerie des Lilas si incrociavano pittori, giornalisti, esuli russi e, di tanto in tanto, Francis Scott Fitzgerald, già celebre autore del Grande Gatsby, che nel ritratto di Hemingway appare insieme talentuoso e disastrato, capace di rovinarsi una serata intera con l'ansia da prestazione o un bicchiere di troppo.
Sono proprio i ritratti di Fitzgerald, di sua moglie Zelda e della stessa Stein a rendere Festa mobile un libro tanto affascinante quanto controverso. Hemingway lo scrisse alla fine della vita, tra il 1957 e il 1960, ricostruendo dialoghi e scene di trent'anni prima con una sicurezza quasi fotografica che gli storici hanno spesso messo in dubbio: la memoria, si sa, è la prima a riscrivere i propri capitoli più cari, e in più di un caso Hemingway sembra aver regolato conti letterari mai davvero chiusi.
Un libro scritto per essere l'ultimo
Il manoscritto restò incompiuto. Hemingway si tolse la vita nel luglio del 1961, a Ketchum, nell'Idaho, dopo mesi di depressione e paranoia aggravate da elettroshock ed alcol. Fu la quarta moglie, Mary Welsh, a curare l'edizione postuma pubblicata nel 1964 con il titolo A Moveable Feast, tradotto in italiano come Festa mobile: un titolo che viene da una frase che l'amico e biografo Aaron Edward Hotchner attribuì a una conversazione avuta con lui negli anni Cinquanta, e che alcuni studiosi ritengono in parte rielaborata dallo stesso Hotchner più che una citazione letterale.
Se hai la fortuna di aver vissuto a Parigi da giovane, allora ovunque tu vada per il resto della vita, quella città resta con te, perché Parigi è una festa mobile.
Non sapremo mai con certezza quanto di quella Parigi raccontata nel libro sia accaduto esattamente come Hemingway la ricordava, e quanto sia invece l'ultima, elegante bugia di uno scrittore che sapeva perfettamente come si costruisce un mito: anche il proprio. Resta il fatto che ottant'anni dopo quei pomeriggi ai tavoli del Dôme, quella fame vera o inventata continua a sembrarci, in fondo, l'unica età dell'oro in cui vale la pena credere.
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