Scritto di notte
rivista di divulgazione culturale

Fasc. 028·20·09·2026

Jürgen Schumann, il pilota ucciso a Mogadiscio per salvare il suo aereo

Cinque giorni di dirottamento, sei scali e un pilota giustiziato in pista: la storia del volo Lufthansa che tenne con il fiato sospeso la Germania nell'autunno più buio della sua storia recente.

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Alle 23:07 del 17 ottobre 1977, sulla pista dell'aeroporto di Mogadiscio, ventotto uomini del GSG 9 tedesco si muovono al buio verso un Boeing 737 fermo da ore sotto un caldo innaturale per la stagione. Dentro, ottantasei persone respirano appena: passeggeri, equipaggio e quattro dirottatori armati che da cinque giorni tengono in scacco un intero paese. Uno di loro, il comandante dell'aereo, non c'è più: è stato ucciso qualche notte prima, in un altro scalo, e il suo corpo giace ancora nella stiva. Quando i commandos sfondano i portelloni, hanno sette minuti per riportare tutti a casa vivi.

Un volo da Palma diventa un incubo

Tutto comincia il 13 ottobre, su un volo di linea partito da Palma di Maiorca e diretto a Francoforte con centottantasei persone a bordo. Poco dopo il decollo, quattro membri del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina prendono il controllo del Boeing 737 della Lufthansa, ribattezzato Landshut come la città bavarese. A guidarli è un uomo che si fa chiamare "capitano Mahmud", in realtà Zohair Youssef Akache, affiancato da tre complici, tra cui una giovane donna, Souhaila Andrawes.

Le richieste sono chiare fin dal primo contatto radio: liberare undici prigionieri, tra cui i vertici della Rote Armee Fraktion detenuti nel carcere di massima sicurezza di Stammheim (Andreas Baader, Gudrun Ensslin, Jan Carl Raspe), oltre a un riscatto milionario. Il dirottamento non nasce per caso in quei giorni: da settimane l'industriale Hanns Martin Schleyer, presidente della Confindustria tedesca, è nelle mani di un commando della RAF che chiede esattamente la stessa liberazione. I due sequestri, quello di un uomo e quello di un aereo intero, corrono paralleli e si intrecciano nell'autunno che i tedeschi ricorderanno come il Deutscher Herbst, l'autunno tedesco.

Sei scali, un pilota e una minaccia che si fa reale

Il Landshut attraversa il Mediterraneo e il Golfo Persico come un fantasma che nessuno vuole far atterrare a lungo: Roma, poi Larnaca a Cipro, poi Bahrein, poi Dubai. Ogni scalo dura il tempo di un rifornimento concesso a fatica, tra trattative diplomatiche frenetiche e il rifiuto di quasi tutti i governi di ospitare l'aereo più a lungo del necessario. Il caldo dentro la cabina diventa insopportabile, l'acqua scarseggia, i nervi dei passeggeri (e dei dirottatori) si consumano ora dopo ora.

A complicare tutto interviene il comandante Jürgen Schumann, che nei momenti di sosta prova più volte a comunicare informazioni utili alle autorità a terra, e che ad Aden, nello Yemen del Sud, viene fatto scendere per ispezionare il carrello dell'aereo. Al suo rientro a bordo, "Mahmud" lo accusa di aver tentato di far saltare l'operazione e, dopo un processo sommario davanti agli altri ostaggi, lo uccide con un colpo alla testa. Il corpo resta sull'aereo fino alla fine: un macabro testimone silenzioso di ogni scalo successivo, l'ultimo dei quali è Mogadiscio, in Somalia, raggiunta la sera del 17 ottobre.

La notte del GSG 9

Il governo di Bonn, guidato dal cancelliere Helmut Schmidt, ha nel frattempo autorizzato l'intervento del Grenzschutzgruppe 9, l'unità antiterrorismo creata proprio dopo il massacro degli atleti israeliani a Monaco nel 1972 e mai impiegata prima in un'operazione reale. Guidati da Ulrich Wegener, ventotto agenti raggiungono Mogadiscio con il consenso del presidente somalo Siad Barre e, nelle ore che precedono l'assalto, un funzionario tedesco riesce persino a convincere i dirottatori a lasciar bruciare un falò vicino alla pista, distraendoli quel tanto che basta.

Poco dopo le 23, i commandos aprono simultaneamente le porte anteriori e posteriori del velivolo. Nello scontro a fuoco che segue, durato pochi minuti, tre dei quattro dirottatori vengono uccisi; sopravvive solo Souhaila Andrawes, ferita. Nessun ostaggio muore. Un solo agente del GSG 9 riporta lesioni lievi.

"Ai passeggeri del volo Lufthansa 181: siete liberi." Con queste parole, secondo le ricostruzioni dell'epoca, i soccorritori accolgono i sopravvissuti fuori dall'aereo.

Un epilogo che non porta sollievo

La notizia del successo dell'operazione arriva a Stoccarda nella notte. Ma proprio in quelle ore, nel carcere di Stammheim, Andreas Baader e Jan Carl Raspe vengono trovati morti con ferite da arma da fuoco, Gudrun Ensslin impiccata; la versione ufficiale parla di suicidio concordato dopo la notizia del fallimento del ricatto, ma il dubbio su un intervento esterno accompagnerà per decenni la sinistra tedesca e non è mai stato del tutto dissipato dagli storici. Il giorno successivo, i rapitori di Hanns Martin Schleyer, viste svanite ogni possibilità di scambio, lo uccidono e ne abbandonano il corpo in Francia, nel bagagliaio di un'auto.

Restano, di quell'autunno, un aereo tornato in Germania e rimesso in servizio, un pilota che aveva provato a salvare i suoi passeggeri pagando con la vita, e un'unità speciale che da quella notte a Mogadiscio diventa un modello studiato in tutto il mondo per le operazioni di liberazione ostaggi. Del Landshut originale, dismesso anni dopo, oggi resta solo la carcassa arrugginita, restaurata e riportata in Germania nel 2017: un relitto muto che ancora oggi qualcuno va a vedere, chiedendosi cosa sia passato per la testa di chi, in quella cabina, aspettava di sapere se sarebbe sopravvissuto all'alba.

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