Scritto di notte
rivista di divulgazione culturale

Fasc. 026·18·09·2026

L'Achille Lauro e la notte di Sigonella: quando Craxi sfidò Reagan

Un aereo civile intercettato in volo, due eserciti alleati schierati sulla stessa pista, e un premier italiano deciso a non cedere. Sigonella fu la notte in cui la NATO rischiò di spaccarsi dall'interno.

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Un aereo nel buio sopra il Mediterraneo

Notte del 10 ottobre 1985. Sulla pista dell'aeroporto militare di Sigonella, in Sicilia, un Boeing 737 dell'EgyptAir si ferma dopo essere stato scortato a bassa quota da quattro caccia F14 decollati dalla portaerei USS Saratoga. A bordo ci sono quattro uomini che tre giorni prima hanno dirottato una nave da crociera italiana nel Mediterraneo orientale e hanno ucciso un passeggero americano. Attorno all'aereo, nel giro di pochi minuti, si schierano due reparti armati: i Navy SEALs statunitensi, arrivati per prelevare i dirottatori, e i carabinieri italiani, decisi a impedirlo. Per qualche ora, su una base che ospita insieme soldati italiani e americani, alleati della stessa NATO, restano puntati gli uni contro gli altri i fucili.

Il sequestro dell'Achille Lauro

Tutto era cominciato il 7 ottobre, al largo delle coste egiziane. Quattro militanti del Fronte di Liberazione della Palestina, saliti a Genova travestiti da turisti, avevano preso il controllo della nave da crociera Achille Lauro dopo che un cameriere aveva scoperto per caso le armi nascoste nelle loro cabine. Il piano originale, sbarcare ad Ashdod, in Israele, e colpire un obiettivo a terra, era saltato: bisognava improvvisare un sequestro in mare, con oltre quattrocento persone a bordo tra passeggeri ed equipaggio.

Tra gli ostaggi c'era Leon Klinghoffer, sessantanovenne americano di origine ebraica, costretto su una sedia a rotelle dopo due ictus. L'8 ottobre i dirottatori lo uccisero con un colpo alla testa e lo gettarono in mare insieme alla sedia a rotelle. Il corpo sarebbe stato ritrovato settimane dopo su una spiaggia siriana.

Dopo due giorni di tensione, la nave raggiunse Port Said, in Egitto, dove il governo del Cairo negoziò la resa dei sequestratori: in cambio della liberazione degli ostaggi superstiti, ai quattro uomini, e al capo del commando che li aveva coordinati da terra, Abu Abbas, sarebbe stato garantito un salvacondotto verso un paese arabo disposto ad accoglierli.

Il dirottamento del dirottamento

È qui che la vicenda cambia protagonisti. Washington, informata dell'accordo, decise di non lasciar scappare gli assassini di un cittadino americano. Quando l'aereo egiziano decollò dal Cairo diretto in Tunisia con a bordo i quattro dirottatori e Abu Abbas, i caccia della Sesta Flotta lo intercettarono in volo e lo costrinsero, senza sparare un colpo, a dirigersi verso la base NATO di Sigonella, sotto comando italiano ma utilizzata anche dagli americani.

Il presidente Ronald Reagan voleva processare i responsabili negli Stati Uniti. Il presidente del Consiglio italiano, Bettino Craxi, rivendicò invece la giurisdizione italiana: il reato era stato commesso su una nave battente bandiera italiana, in acque internazionali, e l'aereo era atterrato in territorio italiano. Fu lui a dare ai carabinieri l'ordine di circondare il velivolo prima che i soldati americani già presenti sulla base potessero avvicinarsi.

"Non era pensabile che un reparto militare straniero, per quanto alleato, potesse arrestare persone su suolo italiano": così, anni dopo, chi era al comando dei carabinieri quella notte avrebbe ricostruito la scelta.

Per ore, nella zona buia della base, i due contingenti si fronteggiarono senza che nessuno, fortunatamente, decidesse di aprire il fuoco. Alla fine prevalse la linea italiana: i dirottatori furono presi in consegna dalle autorità italiane, mentre Abu Abbas, che godeva di un passaporto diplomatico iracheno, poté proseguire il viaggio e lasciare l'Italia, tra le proteste americane, nei giorni successivi.

Un'alleanza scossa

La crisi di Sigonella lasciò cicatrici profonde. I rapporti tra Craxi e Reagan, già tesi, si incrinarono ulteriormente; negli Stati Uniti si parlò apertamente di un'Italia che aveva "tradito" un alleato per non compromettere i propri equilibri con il mondo arabo. In Italia, al contrario, la fermezza di Craxi fu letta da molti come un atto di sovranità dovuto. Il Partito Repubblicano, alleato di governo, non la pensava così: pochi giorni dopo ritirò l'appoggio alla coalizione, provocando la caduta dell'esecutivo.

Dei quattro dirottatori, il più giovane, Youssef Magied al Molqi, fu condannato in Italia all'ergastolo per l'omicidio di Klinghoffer. Scontò circa diciotto anni di carcere, ottenne permessi premio, e nel 1996, durante uno di questi, non fece più ritorno in cella. Fu arrestato di nuovo soltanto nel 2015, in circostanze rocambolesche, e morì pochi mesi dopo. Abu Abbas, mai processato in Italia, sarebbe stato catturato dalle forze statunitensi in Iraq nel 2003 e sarebbe morto in custodia americana l'anno successivo, per cause naturali secondo le autorità statunitensi.

La storia di Klinghoffer, delle sue ultime ore su una nave in balia di uomini armati, ha continuato a interrogare artisti e opinione pubblica ben oltre la cronaca: nel 1991 il compositore John Adams ne trasse l'opera The Death of Klinghoffer, discussa e contestata ancora oggi per il modo in cui mette in scena vittime e carnefici sullo stesso palco.

Di quella notte a Sigonella resta soprattutto un'immagine scomoda per chi crede che le alleanze siano fatte solo di certezze: due eserciti dello stesso patto atlantico, schierati l'uno contro l'altro su una pista siciliana, per decidere chi avesse il diritto di giudicare quattro uomini e la memoria di un uomo che nessuno di loro riuscì a salvare.

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