Scritto di notte
rivista di divulgazione culturale

Fasc. 011·03·09·2026

Kafka chiese di bruciare tutto. Max Brod disse di no

Un foglio piegato in un cassetto, un'ultima richiesta e un amico che decise di non ubbidire. Come un atto di disobbedienza ha salvato l'opera di uno degli scrittori più letti del Novecento.

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Nel cassetto della scrivania di Franz Kafka, a Praga, c'era un foglio piegato in due. Lo trovò Max Brod poco dopo la morte dell'amico, nel giugno del 1924, mentre riordinava le sue carte. Non era una lettera qualsiasi: era, di fatto, un testamento letterario. Diceva, più o meno: "Carissimo Max, la mia ultima richiesta: tutto ciò che lascio, in termini di diari, manoscritti, lettere mie e altrui, disegni eccetera, dovrà essere bruciato senza essere letto." Kafka chiedeva che fossero distrutti anche i racconti già pubblicati, tranne pochissime eccezioni. In pratica, chiedeva a Brod di cancellare quasi tutta la sua opera.

Brod non bruciò nulla. E oggi, un secolo dopo, quella disobbedienza è il motivo per cui possiamo leggere Il processo, Il castello e America.

Un'amicizia costruita sulla fiducia

Kafka e Brod si conobbero da studenti, all'università di Praga, e restarono legati per tutta la vita adulta di Kafka. Brod era il più sicuro di sé dei due: scriveva, pubblicava, si muoveva negli ambienti culturali della città con una disinvoltura che a Kafka mancava del tutto. Fu lui a insistere perché l'amico pubblicasse qualcosa, a trovargli un editore, a leggere per primo quasi tutto ciò che usciva dalla sua penna, inclusi i frammenti di romanzo che Kafka considerava fallimenti da nascondere in un cassetto.

Kafka, va ricordato, non fu mai uno scrittore di professione nel senso comune del termine. Lavorava come funzionario in un istituto assicurativo di Praga, occupandosi di infortuni sul lavoro, e scriveva di notte, spesso fino all'alba, rubando ore al sonno più che al lavoro. In vita pubblicò poco e con enorme fatica: qualche racconto, tra cui La metamorfosi, uscito nel 1915, e poco altro. I tre grandi romanzi restarono incompiuti nel cassetto. Quando morì, il 3 giugno 1924, in un sanatorio vicino a Vienna, la tubercolosi che lo consumava da tempo gli aveva reso quasi impossibile perfino parlare nelle ultime settimane; comunicava con i medici e con la fidanzata Dora Diamant scrivendo bigliettini su foglietti di carta.

Proprio per questo la richiesta finale suona come un paradosso che generazioni di studiosi hanno provato a sciogliere. Kafka sapeva bene chi fosse Max Brod. Anni prima, semplicemente parlandone, gli aveva già detto che non avrebbe mai bruciato le sue carte se glielo avesse chiesto. Eppure Kafka scrisse comunque quella nota, e ne lasciò persino una seconda, più tarda, che ribadiva la stessa volontà. Voleva davvero essere disobbedito? Era un ultimo atto di autoironia, coerente con uno scrittore che aveva costruito la propria opera sull'assurdo delle procedure e delle autorità? O era, più semplicemente, un modo per liberarsi della responsabilità di decidere lui stesso, lasciando che fosse un altro a scegliere per lui, come già capitava spesso ai suoi personaggi?

Non lo sapremo mai con certezza. Quello che sappiamo è che Brod, davanti al foglio, decise di tradire l'amico per servirlo meglio.

Dalla scrivania di Praga alle librerie del mondo

Nel giro di pochi anni Brod curò e pubblicò i tre grandi romanzi incompiuti di Kafka: Il processo nel 1925, Il castello nel 1926, America nel 1927. Erano manoscritti pieni di capitoli interrotti, ordini incerti, frasi lasciate a metà; Brod dovette fare scelte editoriali che restano tuttora discusse, ricostruendo una sequenza dove l'autore non ne aveva lasciata una definitiva. Pubblicò poi i diari, le lettere, i racconti minori. Senza quel lavoro, il nome di Kafka sarebbe forse rimasto confinato a una manciata di racconti brevi apparsi in vita, letti da un pubblico ristretto di Praga e Berlino.

C'è un secondo episodio, meno noto del primo ma altrettanto decisivo, che tiene insieme la sopravvivenza materiale di quelle pagine. Nel marzo del 1939, mentre le truppe tedesche stavano per occupare quel che restava della Cecoslovacchia, Brod lasciò Praga su uno degli ultimi treni che riuscirono a superare il confine prima della chiusura totale. Portava con sé una valigia piena di manoscritti di Kafka. Arrivò a Tel Aviv, nella Palestina sotto mandato britannico, e lì visse fino alla morte, nel 1968, continuando a curare e a promuovere l'opera dell'amico.

Un'eredità che ha continuato a litigare

La storia delle carte di Kafka non si è chiusa con Brod. Alla sua morte, gran parte dei manoscritti rimasti passò alla sua segretaria ed erede, Esther Hoffe, che ne vendette alcuni e ne tenne altri chiusi in cassette di sicurezza in Svizzera e in Israele. Dopo la morte di Hoffe, le sue figlie rivendicarono la proprietà di quel patrimonio, sostenendo che fosse un'eredità di famiglia come un'altra. La Biblioteca Nazionale di Israele si oppose, portando la questione nei tribunali. La disputa durò anni e si concluse nel 2016, quando la Corte Suprema israeliana stabilì che le carte dovessero essere consegnate alla biblioteca, come bene culturale di interesse pubblico e non semplice proprietà privata trasmissibile.

Quello che resta del fuoco che non ci fu

C'è qualcosa di beffardo, quasi kafkiano nel senso più letterale del termine, nel fatto che l'uomo che chiese di essere cancellato sia diventato uno degli scrittori più letti, tradotti e citati del Novecento; e che le sue pagine, destinate al fuoco, siano finite invece contese nelle aule di tribunale, come se anche da morto Kafka non riuscisse a sottrarsi alle procedure, ai documenti, alle firme che aveva raccontato per tutta la vita. Resta la domanda che nessuna sentenza può chiudere: se Brod avesse davvero bruciato tutto, come gli era stato chiesto, che cosa avremmo perso senza nemmeno sapere di averlo perso?

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