Scritto di notte
rivista di divulgazione culturale

Fasc. 050·13·10·2026

Mallory e Irvine: due puntini neri sull'Everest, 1924

L'8 giugno 1924 un compagno di spedizione li vide muoversi verso la vetta, poi le nuvole si chiusero per sempre. Da allora la montagna non ha mai smesso di custodire la domanda: ci arrivarono davvero?

3 su 5 · 1 voto

Alle 12.50 dell'8 giugno 1924, a oltre ottomila metri di quota, Noel Odell alzò gli occhi verso la cresta nordest dell'Everest e, per un istante, le nuvole si aprirono. Vide due figure nere, piccolissime, che si muovevano contro il cielo: una raggiungeva l'altra su un gradino di roccia, poi entrambe continuavano a salire, "con passo deciso", come scrisse più tardi. Dopo pochi minuti la nebbia richiuse quel varco. Furono gli ultimi istanti in cui qualcuno vide, con certezza, George Mallory e Andrew "Sandy" Irvine ancora vivi.

Il terzo tentativo

Nel 1924 l'Everest non era mai stato scalato, e nessuno sapeva con certezza se un corpo umano potesse sopravvivere, muoversi, pensare lucidamente a quelle quote senza ossigeno. Era la terza spedizione britannica in tre anni: una ricognizione nel 1921, un primo vero tentativo nel 1922 (interrotto da una valanga che uccise sette portatori sherpa), e ora questo. Mallory, trentasette anni, insegnante e alpinista già leggendario in Inghilterra, partecipava a tutte e tre; era lui, interrogato da un giornalista americano sul perché volesse scalare la montagna più alta del mondo, ad aver risposto con la frase che lo avrebbe reso immortale anche senza vetta:

"Perché è lì."

Al suo fianco, in quell'ultimo tentativo, non c'era una delle sue cordate consolidate, ma un ventiduenne quasi digiuno di alta montagna: Andrew Irvine, studente di ingegneria a Oxford, scelto più per la sua abilità pratica con le bombole d'ossigeno (allora rudimentali e inclini a rompersi) che per esperienza alpinistica. Il 6 giugno i due lasciarono il campo base per l'ultimo assalto, con un apparato d'ossigeno a circuito chiuso che Mallory stesso considerava poco affidabile.

Quel gradino, nella nebbia

Il dettaglio che da un secolo alimenta la discussione è proprio il punto esatto in cui Odell li vide. Sulla cresta nordest dell'Everest si trovano due risalti rocciosi quasi verticali, oggi chiamati Primo e Secondo Gradino: superarli senza le attrezzature moderne è un'impresa quasi al limite dell'impossibile. Se Odell aveva visto i due compagni superare il Secondo Gradino, a mezzogiorno e mezzo, la vetta sarebbe stata a portata; se invece si trattava del più basso Primo Gradino, la scalata sarebbe stata già in grave ritardo rispetto ai tempi necessari per tornare prima del buio. Lo stesso Odell, negli anni, cambiò più volte versione, incerto su cosa avesse davvero visto in quei pochi secondi attraverso uno squarcio di nubi.

Quella notte Mallory e Irvine non tornarono alla tenda. Furono cercati nei giorni successivi, senza alcuna traccia. La spedizione lasciò l'Everest convinta di aver perso due uomini, ma senza sapere se li avesse persi prima o dopo aver conquistato, per primi al mondo, la cima della Terra: ventinove anni prima di Edmund Hillary e Tenzing Norgay.

Il corpo ritrovato

Per settantacinque anni l'Everest non restituì risposte, a parte un indizio indiretto: nel 1975 un alpinista cinese, Wang Hongbao, raccontò di aver visto, anni prima, il corpo di un "inglese antico" a oltre 8.100 metri; morì in una valanga il giorno dopo averlo detto, senza poter precisare altro. Solo nel 1999 una spedizione organizzata apposta per risolvere il mistero, la Mallory and Irvine Research Expedition, trovò quel corpo: era Mallory, identificato da un'etichetta con il suo nome cucita nei vestiti. Giaceva bocconi nel pietrisco gelato, mirabilmente conservato dal freddo secco, con una gamba spezzata e una ferita alla testa compatibili con una caduta. Aveva ancora con sé lettere, un altimetro, un orologio fermo; non aveva con sé la macchina fotografica Kodak che portava in spedizione, e che avrebbe potuto, se ritrovata e sviluppata con cura, mostrare se i due avessero davvero raggiunto la cima. Un dettaglio continuò a far discutere gli esperti: gli occhiali da neve di Mallory erano riposti in una tasca, non sul volto, segno che forse cadde al buio, in piena notte, durante una disperata discesa.

Un secolo dopo, uno scarpone nel ghiaccio

Di Irvine, invece, non si era mai trovata traccia, fino al settembre 2024. Una troupe che stava riprendendo un documentario per il National Geographic, guidata dall'alpinista e cineasta Jimmy Chin, individuò sul Ghiacciaio Centrale del Rongbuk, più in basso rispetto al punto del ritrovamento di Mallory, uno scarpone da montagna semisciolto dal ghiaccio. All'interno, un calzino con un'etichetta cucita a mano recava ancora, perfettamente leggibile dopo cento anni, le iniziali "A. C. IRVINE". È il primo resto fisico attribuibile con certezza al giovane alpinista mai emerso dalla montagna, anche se la domanda che tutti si fanno da un secolo resta senza risposta: la macchina fotografica Kodak, quella che forse i due portavano ancora con sé nell'ultima ora della loro vita, non è stata ritrovata.

Da qualche parte, sotto chissà quanti metri di ghiaccio e detriti, potrebbe ancora trovarsi una piccola scatola di metallo con dentro una pellicola. Kodak ha fatto sapere che, in condizioni di freddo e oscurità costanti come quelle dell'alta quota himalayana, un'emulsione fotografica potrebbe restare sviluppabile anche dopo un secolo. Fino a quando quella pellicola non verrà trovata, se esiste ancora, l'Everest continuerà a custodire l'unico segreto che conti davvero: se i due uomini visti da Odell, un istante prima che le nuvole si richiudessero, stessero salendo verso la gloria o se la gloria, quel giorno, fosse già dietro di loro.

E ora che sei arrivato in fondo all’articolo, votalo da 1 a 5 .
A chi potrebbe interessare questo articolo? !

Fonti

Registro dei lettori