Scritto di notte
rivista di divulgazione culturale

Fasc. 014·06·09·2026

Megumi Yokota sparì a tredici anni. Kim Jong-il confessò vent'anni dopo.

Una sera di novembre, tornando a casa dall'allenamento di badminton, una tredicenne giapponese scomparve senza lasciare traccia. Vent'anni dopo, un vertice diplomatico a Pyongyang avrebbe svelato una rete di rapimenti che aveva attraversato il Mar del Giappone.

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Il 15 novembre 1977, alle sei e mezza di sera, Megumi Yokota esce dalla palestra di Niigata dove si è appena allenata a badminton. Ha tredici anni, i capelli corti, la cartella sulla spalla. La sua casa dista poche centinaia di metri, un percorso che ha fatto decine di volte. Quella sera non arriva. I genitori la cercano per ore lungo la strada, poi lungo la spiaggia; la polizia setaccia la zona per settimane. Non trovano nulla: nessuna traccia, nessun testimone, nessuna richiesta di riscatto. Per quasi vent'anni la sparizione di Megumi resta un mistero irrisolto, catalogato come uno dei tanti casi di persone scomparse lungo la costa occidentale del Giappone.

Un modello che si ripete

Quello di Megumi non è un caso isolato. Tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, decine di cittadini giapponesi spariscono in circostanze simili: quasi sempre di sera, quasi sempre vicino al mare, quasi sempre senza lasciare indizi. Tra loro ci sono coppie di fidanzati, come Kaoru Hasuike e Yukiko Okudo, scomparsi nel 1978 da una spiaggia di Kashiwazaki mentre facevano una passeggiata. Le indagini giapponesi, per anni, brancolano nel buio: si ipotizzano fughe volontarie, incidenti, persino il coinvolgimento della criminalità organizzata locale.

Solo più tardi, grazie alle testimonianze di disertori e agenti nordcoreani catturati, il quadro comincia a chiarirsi. Non si tratta di sparizioni isolate: sono rapimenti pianificati da Pyongyang. Squadre di agenti dei servizi segreti nordcoreani sbarcano di notte su piccole imbarcazioni, prelevano le vittime dalle coste giapponesi e le trasportano oltre il mare, verso la Corea del Nord.

Le spie che dovevano parlare come giapponesi

Il motivo dietro l'operazione emerge con chiarezza solo nel 1987, dopo l'attentato al volo Korean Air 858, fatto esplodere in volo da due agenti nordcoreani. Una delle due, Kim Hyon-hui, arrestata e poi condannata, rivela agli inquirenti sudcoreani di essere stata addestrata per anni da un'insegnante giapponese: le veniva insegnato non solo l'idioma, ma i gesti, le abitudini alimentari, il modo di camminare e di scusarsi tipico dei giapponesi, in modo da potersi infiltrare come cittadina comune. Quella donna, secondo la ricostruzione degli inquirenti, sarebbe Yaeko Taguchi, un'altra delle persone scomparse nel 1978.

Il disegno diventa chiaro: Pyongyang aveva bisogno di modelli umani da cui apprendere una lingua e una cultura straniere per addestrare i propri agenti, e in alcuni casi anche di documenti e identità da riutilizzare. Rapire cittadini comuni, spesso giovanissimi, era più semplice che infiltrare spie native.

La confessione di Pyongyang

Per decenni, il governo nordcoreano nega ogni coinvolgimento, bollando le accuse giapponesi come propaganda. La svolta arriva il 17 settembre 2002, quando il primo ministro giapponese Junichiro Koizumi vola a Pyongyang per un vertice storico con Kim Jong-il. Nel corso dell'incontro, il leader nordcoreano ammette per la prima volta i rapimenti: dichiara che tredici cittadini giapponesi furono effettivamente prelevati dagli agenti dei servizi segreti negli anni Settanta e Ottanta, si scusa formalmente e promette che simili operazioni non si ripeteranno.

Secondo la versione fornita da Pyongyang, otto dei tredici erano morti, cinque ancora vivi. Un mese dopo, in ottobre, quei cinque, tra cui proprio Kaoru Hasuike e Yukiko Okudo, ormai sposati, tornano finalmente in Giappone per quella che doveva essere una breve visita e che invece diventa un rimpatrio definitivo, tra le proteste di Pyongyang. Tra i rimpatriati c'è anche Hitomi Soga, che in Corea del Nord aveva sposato Charles Robert Jenkins, un sergente dell'esercito statunitense disertato oltre il confine coreano negli anni Sessanta: la loro famiglia si ricongiungerà solo nel 2004, in Indonesia, prima di trasferirsi definitivamente in Giappone.

Il governo giapponese riconoscerà ufficialmente diciassette casi di rapimento accertati; associazioni di familiari e ricercatori indipendenti ritengono che le persone scomparse in circostanze compatibili possano essere molte di più, senza che sia mai stato possibile darne conferma.

Il conto che non torna

Di Megumi Yokota, però, Pyongyang non porta a casa nulla. Secondo la versione nordcoreana, la ragazza avrebbe sposato un altro rapito, il sudcoreano Kim Young-nam, avuto una figlia, Kim Eun-gyong, e sarebbe morta suicida nel 1994, a soli trent'anni, per una grave depressione. Nel 2004 Pyongyang consegna ai giapponesi delle ceneri, presentate come i suoi resti: le analisi del DNA condotte dalle autorità giapponesi concludono che non corrispondono a Megumi, mentre Pyongyang contesta l'affidabilità del test. La questione, a oggi, resta irrisolta, ed è diventata uno dei nodi più controversi e politicamente sensibili nei rapporti tra i due paesi.

Nel 2014, per la prima volta, i genitori di Megumi hanno potuto incontrare a Ulan Bator la nipote Kim Eun-gyong e il suo bisnipote, in un breve incontro organizzato dal governo mongolo. Di Megumi, però, nessuna traccia diretta è mai riemersa: solo fotografie sbiadite, testimonianze di seconda mano, e la certezza, per sua madre Sakie, che quella sera di novembre del 1977 sua figlia non uscì mai davvero dal cancello della palestra di badminton: è rimasta lì, in attesa di una risposta che il tempo continua a rimandare.

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