Scritto di notte
rivista di divulgazione culturale

Fasc. 015·07·09·2026

Sciascia e le lettere di Moro che quasi nessuno volle credere vere

Nella primavera del 1978, mentre l'Italia si divide sulla linea della fermezza verso le Brigate Rosse, uno scrittore siciliano si mette a tavolino con le lettere del prigioniero. Ne uscirà un libro breve e un'accusa che quasi nessuno volle ascoltare.

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Il 16 marzo 1978, in via Fani a Roma, le Brigate Rosse rapiscono Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana, uccidendo i cinque uomini della sua scorta. Iniziano cinquantacinque giorni che cambieranno per sempre la storia repubblicana: Moro scriverà, dal luogo della prigionia, decine di lettere a familiari, amici politici, al papa, ai vertici del suo partito. Il 9 maggio il suo corpo viene ritrovato nel bagagliaio di una Renault 4 in via Caetani, a metà strada tra le sedi della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista.

In quelle settimane l'Italia si spacca su una parola: fermezza. Lo Stato, dicono i partiti che sostengono il governo Andreotti, non deve trattare con i terroristi; le lettere di Moro, quindi, non possono essere espressione della sua volontà autentica. Vengono lette come il prodotto di un uomo prigioniero, forse drogato, psicologicamente piegato, costretto a scrivere sotto dettatura o comunque non più capace di intendere e di volere. È più comodo, per chi ha deciso di non trattare, pensare che quell'uomo non sia più lui.

Leonardo Sciascia non ci crede.

Un libro scritto in poche settimane

Scrittore siciliano già affermato, autore di romanzi come Il giorno della civetta e A ciascuno il suo, Sciascia si mette a tavolino nell'estate del 1978, appena i fatti sono compiuti, e scrive in poche settimane L'affaire Moro, pubblicato da Sellerio a Palermo. Il titolo non è casuale: richiama apertamente l'affaire Calas di Voltaire, la battaglia dell'illuminista francese per riabilitare la memoria di un uomo condannato ingiustamente. Sciascia si assume un compito simile: difendere, sui documenti stessi, la verità di un uomo che quasi tutti, a sinistra come a destra, avevano ormai smesso di ascoltare.

Il suo metodo è quello del filologo e del giudice insieme. Legge e rilegge le lettere di Moro pubblicate sui giornali, ne confronta lo stile con quello dei discorsi parlamentari e degli scritti precedenti del presidente della Democrazia Cristiana, ne riconosce i tic linguistici, le movenze sintattiche, persino l'ironia sottile che Moro riservava, da sempre, ai propri alleati di partito. La conclusione a cui arriva è netta: quelle pagine sono lucidissime. Non sono il farneticare di un uomo distrutto, ma l'ultimo, coerente atto politico di uno statista che, dalla prigione del popolo delle Brigate Rosse, continua a ragionare con gli strumenti di sempre: l'analisi, la sfumatura, l'understatement democristiano.

Un'accusa scomoda

Se le lettere sono autentiche, ne discende una conseguenza che nel 1978 quasi nessuno vuole trarre: il partito di Moro, i suoi compagni di una vita, hanno scelto, sostanzialmente, di lasciarlo morire in nome di un principio. Sciascia sostiene che l'appello alla fermezza sia servito, più che a difendere lo Stato, a mettere a tacere l'imbarazzo di chi doveva decidere se trattare per salvare un uomo o restare fedele a una linea politica. È un'accusa che non risparmia nessuno: né i vertici della Democrazia Cristiana, né il Partito Comunista di Enrico Berlinguer, tra i sostenitori più intransigenti proprio della linea della fermezza.

Il libro, uscito a pochi mesi dalla morte di Moro, provoca un putiferio. C'è chi accusa Sciascia di fare, senza volerlo, il gioco delle Brigate Rosse: se le lettere sono vere, allora sembra vero anche il "processo" che i terroristi dicono di aver celebrato al loro prigioniero, e sembra vera l'immagine di uno Stato marcio che quel processo, sia pure per fini opposti, voleva denunciare. Altri rimproverano a Sciascia di aver trasformato un dramma nazionale in un caso letterario, di aver applicato a un cadavere ancora caldo gli stessi strumenti d'indagine che usava, nei suoi romanzi, per i delitti immaginari della Sicilia mafiosa.

Sciascia risponde che è proprio quello il suo mestiere: leggere le carte senza pregiudizio, come farebbe un investigatore onesto, e non lasciare che una parola d'ordine (fermezza, in questo caso) sostituisca l'esame dei fatti. Cita, a sostegno, alcune delle lettere più note: quella indirizzata al segretario della Democrazia Cristiana Benigno Zaccagnini, in cui Moro chiede conto, punto per punto, delle scelte del partito; quella al papa Paolo VI, amico di una vita, a cui affida un appello personale; quelle alla moglie Eleonora, dove il registro politico lascia spazio, senza mai smarrire la lucidità, all'affetto e alla paura. Per Sciascia sono pagine di un uomo che, pur sapendo di essere condannato, continua a pensare e a scrivere da politico fino all'ultimo giorno.

Dallo scrittore al deputato

Sciascia non arretra. Nel 1979 viene eletto alla Camera nelle liste del Partito Radicale e, due anni dopo, entra nella Commissione parlamentare d'inchiesta sul caso Moro: la stessa istituzione chiamata a verificare, con tutti gli strumenti dello Stato, quello che lui aveva sostenuto da solo, con un libro scritto di getto, mentre l'inchiostro delle prime cronache era ancora fresco. Negli anni successivi molte delle sue intuizioni trovano conferma: le perizie linguistiche e psichiatriche disposte in sede giudiziaria riconoscono nelle lettere di Moro piena lucidità, e l'ipotesi di uno stato di soggezione psicologica totale, quella che tanti avevano invocato per non doverle prendere sul serio, perde progressivamente credito.

Resta aperta, e forse resterà per sempre, la domanda più difficile. Quella lucidità, quella coerenza mantenuta fino all'ultima riga scritta in una prigione di pochi metri quadrati, servì davvero a qualcosa? O fu semplicemente accantonata, archiviata come un fastidio, da chi aveva già deciso, molto prima che Aldo Moro smettesse di scrivere, come sarebbe andata a finire?

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