Scritto di notte
rivista di divulgazione culturale

Fasc. 044·06·10·2026

Shackleton perse la nave, ma non perse un uomo

Una nave stritolata dal ghiaccio nel mare di Weddell, due anni di deriva e di attesa, una scialuppa lanciata nell'oceano più tempestoso del mondo. Come finì, per tutti e ventotto gli uomini a bordo, l'impresa che non riuscì mai a cominciare davvero.

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Il legno scricchiola prima di spezzarsi. Per settimane l'Endurance aveva resistito, incastrata nel pack del mare di Weddell come una noce in una morsa che si stringe un millimetro al giorno. Poi, il 27 ottobre 1915, il ghiaccio vince: le travi si piegano, lo scafo si apre, e Ernest Shackleton ordina all'equipaggio di abbandonare la nave che li aveva portati fin lì per attraversare l'Antartide a piedi, un'impresa che non sarebbero mai arrivati nemmeno a tentare.

Da quel momento la storia della Spedizione Imperiale Transantartica smette di essere l'epopea di un obiettivo e diventa qualcosa di più semplice e più difficile: la storia di come restare vivi.

Il piano che non serve più a niente

Shackleton era partito dall'Inghilterra nell'agosto 1914, pochi giorni dopo lo scoppio della Prima guerra mondiale, con un progetto ambizioso quanto il nome della sua nave: traversare l'intero continente antartico passando per il Polo Sud, da un mare all'altro. Il Polo era già stato raggiunto da Amundsen nel 1911 e da Scott, a costo della vita, nel 1912: a Shackleton restava l'ultima grande impresa geografica rimasta sul tavolo.

Non ci arrivò nemmeno vicino. L'Endurance restò bloccata nel pack già nel gennaio 1915, a poche settimane dalla costa, e da lì cominciò una deriva di dieci mesi che portò nave ed equipaggio sempre più lontano, fino allo schiacciamento finale. I ventotto uomini si ritrovarono accampati sul ghiaccio, poi su scialuppe in mare aperto, poi sulle rocce spazzate dal vento di Elephant Island: un puntino disabitato a centinaia di miglia da qualsiasi rotta commerciale, dove nessuno sarebbe mai passato a cercarli.

A questo punto il piano di Shackleton cambiò di natura. Non più raggiungere un luogo per primo, ma riportare a casa ogni singolo uomo che gli aveva affidato la vita.

Ottocento miglia su una scialuppa

La scelta fu portare sei uomini, tra cui il navigatore Frank Worsley e il sottufficiale Tom Crean, e tentare la traversata più improbabile: raggiungere l'isola di Georgia del Sud a bordo del James Caird, una scialuppa di poco più di sette metri, attraverso le acque più tempestose del pianeta. Partirono il 24 aprile 1916. Sedici giorni dopo, fradici, congelati, quasi senz'acqua dolce, toccarono terra sulla costa sbagliata dell'isola: quella opposta rispetto all'unica stazione baleniera abitata.

Tra loro e il soccorso restavano una quarantina di chilometri di ghiacciai, picchi e crepacci mai esplorati, che nessuno aveva mai attraversato. Shackleton, Worsley e Crean li percorsero in trentasei ore quasi senza sosta, con un'ascia da ghiaccio e corde da carpentiere al posto dell'equipaggiamento alpinistico, scivolando a tratti lungo i pendii di neve ghiacciata perché era più rapido che scendere a piedi. Quando finalmente scorsero dall'alto le ciminiere della stazione di Stromness, Worsley raccontò che nessuno dei tre riusciva più a parlare.

"Pensammo di aver sofferto parecchio, patito il freddo e la fame, e di aver visto la Morte guardarci piuttosto da vicino negli occhi; ma abbiamo anche visto cose meravigliose."

Sono parole dello stesso Shackleton, scritte più tardi nel libro di memorie South, a proposito di quella marcia e dei mesi che la precedettero: forse l'unica concessione letteraria di un uomo che, per il resto, raccontò la spedizione con il tono asciutto di chi registra fatti, non di chi costruisce un mito.

Nessuno perduto

Restavano ancora i ventidue uomini lasciati su Elephant Island, agli ordini di Frank Wild, e Shackleton impiegò tre tentativi, tra ghiacci che chiudevano ogni rotta, prima di riuscire a tornare a prenderli: ci arrivò il 30 agosto 1916, a bordo di un rimorchiatore cileno, il Yelcho. Da lontano contò le figure ferme sulla spiaggia, una per una, per essere certo che fossero tutte vive. Lo erano.

Dei ventotto membri della spedizione, nessuno morì nei due anni passati sul ghiaccio, sulle scialuppe e sulle montagne della Georgia del Sud: un risultato quasi incredibile se si considera che altre spedizioni polari dell'epoca, compresa quella di Scott, avevano pagato con vite umane obiettivi ben meno disperati. Il merito, raccontarono poi quasi tutti i superstiti, fu di Shackleton stesso: la sua ossessione non era più la gloria geografica, ma tenere unito il gruppo, dividere il cibo in parti uguali, dare a ciascuno un compito anche quando non c'era più nulla da fare se non aspettare.

A documentare l'intera vicenda fu il fotografo Frank Hurley, che riuscì a salvare le sue lastre di vetro immergendosi nell'acqua gelata della nave che affondava: sono quelle immagini, l'Endurance inclinata tra i ghiacci illuminata di notte, a rendere oggi la spedizione uno dei racconti visivi più noti dell'epoca.

Il relitto della nave restò introvabile per oltre un secolo, adagiato sul fondo del mare di Weddell. Fu ritrovato soltanto nel marzo 2022, da una spedizione scientifica che portava, non a caso, lo stesso nome: Endurance22. Le telecamere mostrarono lo scafo sorprendentemente intatto, con il nome ancora leggibile sulla poppa, a tre miglia di profondità, esattamente dove Worsley lo aveva segnato sulla sua mappa più di cento anni prima: l'unico punto, in tutta la vicenda, in cui i calcoli di un uomo sopravvissero più a lungo della nave stessa.

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