Scritto di notte
rivista di divulgazione culturale

Fasc. 046·08·10·2026

Sobibor, 14 ottobre 1943: la rivolta nata da un cappotto nuovo

In un campo di sterminio nazista nella Polonia occupata, un gruppo di prigionieri decise di non aspettare più la morte: pianificarono di eliminare gli ufficiali tedeschi uno per uno, con gli stessi attrezzi che usavano per lavorare per loro.

4 su 5 · 1 voto

Johann Niemann si guardò allo specchio del laboratorio di sartoria. Il cappotto gli stava bene, forse un po' largo sulle spalle; chiese al sarto di stringerlo. Era il vicecomandante del campo, un uomo abituato a farsi servire, e non immaginava che quel fitting fosse l'ultimo della sua vita. Dietro di lui, un prigioniero di nome Shlomo Leitman alzò un'ascia da falegname e lo colpì alla testa. Era poco dopo le sedici del 14 ottobre 1943, nel campo di sterminio di Sobibor, nella Polonia occupata.

Un campo pensato per sparire

Sobibor non era un campo di concentramento nel senso in cui lo si intende di solito: era uno dei tre centri dell'Aktion Reinhard, il piano con cui i nazisti organizzarono lo sterminio sistematico degli ebrei polacchi, insieme a Belzec e Treblinka. Costruito nel 1942 nella foresta vicino al fiume Bug, al confine con quella che allora era l'Unione Sovietica, non aveva baracche per migliaia di internati: aveva camere a gas, fosse comuni, e un piccolo gruppo di prigionieri tenuti in vita per smaltire i corpi, smistare i bagagli, cucire, riparare, servire gli aguzzini. Si stima che a Sobibor siano state uccise tra le 170.000 e le 250.000 persone in circa un anno e mezzo di attività. Il comando era affidato a poche decine di SS tedesche, affiancate da un centinaio di guardie ucraine addestrate a Trawniki.

Tra i prigionieri tenuti in vita si era formato, già nei mesi precedenti, un comitato clandestino guidato da Leon Feldhendler, figlio di un rabbino, che aveva iniziato a immaginare una fuga collettiva. Il piano prese forma concreta solo quando, nel settembre 1943, arrivò un convoglio di prigionieri di guerra ebrei sovietici: tra loro c'era Aleksandr "Sasha" Pechersky, un tenente dell'Armata Rossa con esperienza militare vera, qualcosa che ai prigionieri di Sobibor mancava.

Il piano: uccidere uno a uno, senza far rumore

Pechersky e Feldhendler capirono che un assalto frontale era impossibile: le SS erano armate, le torrette di guardia controllavano il perimetro, e il campo era circondato da reticolati e, secondo diverse testimonianze, da un campo minato. L'unica possibilità era eliminare gli ufficiali tedeschi uno per uno, in orari e luoghi diversi, usando il pretesto del lavoro quotidiano: un comandante convocato per provare un cappotto nuovo, un altro per controllare un paio di stivali appena risuolati, un altro ancora per ispezionare una cassa di munizioni. In ciascuno di quei laboratori, un prigioniero avrebbe colpito con un'ascia o un coltello, nel momento in cui l'ufficiale era distratto e disarmato.

Nel giro di un'ora, tra le quattro e le cinque del pomeriggio, furono uccisi undici o dodici ufficiali tedeschi, tra cui lo stesso Niemann. Qualcosa, però, andò storto: uno degli omicidi fu scoperto prima del previsto, e la notizia cominciò a correre tra le guardie ucraine. Pechersky diede l'ordine di non aspettare più il piano originale, più ordinato, e di correre tutti insieme verso i reticolati.

La corsa verso il bosco

Circa 600 prigionieri si trovavano nel campo quel giorno; di questi, tra i 300 e i 320 riuscirono a superare il recinto e a raggiungere la foresta. Molti morirono nella fuga stessa, falciati dalle mitragliatrici delle torrette o saltando su mine vere o presunte lungo il perimetro; altri furono catturati nei giorni successivi dalle SS e dalla polizia locale, che organizzarono battute di caccia nei boschi circostanti. Alla fine della guerra, si contano circa cinquanta o sessanta sopravvissuti della rivolta, tra cui sia Pechersky sia Feldhendler.

Himmler, informato dell'accaduto, ordinò la chiusura immediata del campo: Sobibor fu smantellato, gli edifici rasi al suolo, il terreno arato e piantumato per far perdere ogni traccia. Fu l'unica rivolta in un campo di sterminio nazista che portò alla sua definitiva eliminazione come struttura operativa, anche se per ragioni di segretezza più che di punizione.

Due destini diversi, dopo

Qui la storia si divide, e vale la pena raccontarla fino in fondo. Feldhendler, tornato in Polonia dopo la guerra, fu assassinato a Lublino nell'aprile del 1945, probabilmente da nazionalisti polacchi antisemiti: non arrivò a vedere la fine di quello stesso anno. Pechersky tornò invece in Unione Sovietica, dove fu reintegrato nell'Armata Rossa, ferito di nuovo in combattimento, e poi, con l'aggravarsi della repressione antisemita staliniana nel dopoguerra, progressivamente messo ai margini: il suo nome non poteva comparire sui giornali, la sua storia non poteva diventare un simbolo, perché era la storia di un ebreo che aveva saputo organizzare una rivolta armata contro i nazisti, in un'epoca in cui il regime preferiva raccontare solo eroismi collettivi e anonimi. Pechersky morì a Rostov sul Don nel 1990, poco prima della fine dell'URSS, senza aver mai ricevuto in patria il riconoscimento che la sua azione avrebbe meritato.

"Non potevo credere che un gruppo di persone disarmate e affamate fosse riuscito a fare questo", avrebbe scritto più tardi uno dei sopravvissuti, ricordando la sera del 14 ottobre.

Resta una domanda che nessuno storico ha mai risolto del tutto: quanti degli oltre trecento fuggiti nel bosco di Sobibor, inseguiti dai cani e dalle mitragliatrici in una notte polacca di metà ottobre, sapevano già, in quel momento, che la loro corsa non li avrebbe portati lontano, e l'avevano scelta comunque.

E ora che sei arrivato in fondo all’articolo, votalo da 1 a 5 .
A chi potrebbe interessare questo articolo? !

Fonti

Registro dei lettori