Scritto di notte
rivista di divulgazione culturale

Fasc. 030·22·09·2026

Thor Heyerdahl salpò da Callao su una zattera di tronchi. Cento giorni dopo toccò terra in Polinesia

Nel 1947 un antropologo norvegese e cinque compagni attraversarono ottomila chilometri di Pacifico su un'imbarcazione costruita con le tecniche degli antichi peruviani, per dimostrare che la Polinesia poteva essere stata colonizzata dal Sudamerica. Il mare non li fermò. La scienza, sì.

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Il 28 aprile 1947 sei uomini lasciano il porto di Callao, in Perù, a bordo di una zattera lunga poco più di quattordici metri, fatta di nove grossi tronchi di balsa legati con corde di canapa, senza un solo chiodo o bullone. Non hanno motore. Hanno una vela quadra dipinta con il volto barbuto di un dio incaico, un po' di riso, patate dolci e frutta in scatola, e la convinzione, quasi solitaria nel mondo scientifico, che gli antichi abitanti del Sudamerica avessero potuto raggiungere le isole della Polinesia molto prima che vi arrivassero gli europei.

A guidarli è Thor Heyerdahl, etnografo norvegese di trentatré anni, che aveva vissuto per un anno alle Marchesi studiando flora, fauna e tradizioni locali insieme alla moglie Liv. Lì aveva notato somiglianze fra alcune statue polinesiane e le rovine precolombiane delle Ande, e aveva raccolto racconti orali che parlavano di un capo leggendario, Tiki, giunto da est, oltre l'oceano. Tornato in patria, sviluppò la sua ipotesi in un lungo manoscritto e la propose alle riviste scientifiche: le risposte furono quasi tutte negative. Le imbarcazioni sudamericane precolombiane, dicevano gli esperti, erano fatte di legno di balsa che si sarebbe imbevuto d'acqua nel giro di poche settimane, e non avrebbero mai retto una traversata oceanica di mesi. Heyerdahl, di fronte allo scetticismo generale, decise che l'unico modo per farsi ascoltare era costruirne una e provarlo di persona, anche a costo della vita.

Una zattera come nel Cinquecento

La zattera fu battezzata Kon-Tiki, dal nome incaico del dio del sole Viracocha, che la leggenda vuole scomparso oltre l'oceano dopo essere stato sconfitto in battaglia. Fu costruita seguendo i disegni lasciati dai cronisti spagnoli del Cinquecento, che avevano visto zattere simili solcare le coste del Perù: tronchi di balsa freschi, capaci di galleggiare a lungo perché ancora ricchi di linfa, legati fra loro con corde vegetali, senza alcun elemento metallico.

Con Heyerdahl salpano cinque compagni: l'ingegnere Herman Watzinger, il navigatore Erik Hesselberg, gli esperti di radio Knut Haugland e Torstein Raaby (entrambi reduci della resistenza norvegese contro l'occupazione nazista) e l'antropologo svedese Bengt Danielsson. Nessuno di loro aveva mai navigato su una zattera del genere. L'equipaggio si affida alla corrente di Humboldt e agli alisei, che spingono l'imbarcazione verso ovest quasi senza bisogno di manovre.

Cento giorni fra squali e tempeste

Il viaggio dura centouno giorni. Gli uomini pescano dorado e tonni che risalgono da soli sui tronchi durante le notti di mare mosso, avvistano squali balena, superano tempeste che fanno temere lo sfaldamento della zattera. Le corde, però, tengono: i tronchi di balsa, imbevendosi d'acqua ma non marcendo, restano abbastanza saldi da resistere fino alla fine.

Il 7 agosto 1947 il Kon-Tiki si incaglia sulla barriera corallina dell'atollo di Raroia, nell'arcipelago delle Tuamotu, in Polinesia francese. L'equipaggio ha percorso circa ottomila chilometri partendo dalle coste sudamericane. Nessuno è rimasto ferito in modo grave. La traversata, agli occhi di Heyerdahl, dimostrava che una migrazione dal Sudamerica verso le isole del Pacifico era tecnicamente possibile.

Heyerdahl raccontò l'impresa in un libro, Kon-Tiki, tradotto in decine di lingue e diventato un bestseller mondiale, venduto in decine di milioni di copie; il documentario girato durante la spedizione, montato con le pellicole a colori riprese a bordo, vinse il premio Oscar nel 1951. Diventò, per una generazione, il simbolo stesso dell'avventura scientifica del Novecento: l'idea che un'ipotesi audace potesse essere messa alla prova non nei laboratori, ma sul proprio corpo, contro il mare aperto.

Una teoria che il mare non poteva confermare

Qui però la storia si complica, perché riuscire in un'impresa non significa avere ragione. La comunità scientifica, allora come oggi, considera la teoria di Heyerdahl sull'origine sudamericana dei polinesiani sostanzialmente smentita. Le prove linguistiche, archeologiche e, soprattutto, genetiche indicano con chiarezza che la colonizzazione della Polinesia partì da ovest, dal Sud-Est asiatico e da Taiwan, attraverso una lunghissima catena di migrazioni austronesiane iniziata migliaia di anni prima dell'era volgare, non dalle coste del Perù.

Il viaggio del Kon-Tiki aveva provato che una traversata del genere era possibile, non che fosse davvero avvenuta. È una distinzione che Heyerdahl stesso, nell'entusiasmo della fama, non sempre volle sottolineare. Curiosamente, alcuni studi genetici più recenti hanno individuato tracce di contatto fra popolazioni polinesiane e sudamericane intorno al 1200 d.C., insieme alla presenza della patata dolce, pianta di origine americana, in diverse isole del Pacifico già prima dell'arrivo degli europei: un indizio che qualche contatto, isolato e tardivo, possa davvero esserci stato. Non la migrazione fondativa immaginata da Heyerdahl, ma un'eco lontana di quella stessa intuizione.

"Molti di noi vivono tutta la vita ai margini della realtà, spinti da sogni che non osiamo realizzare", scrisse Heyerdahl ricordando la partenza da Callao.

Oggi la zattera originale è conservata al museo Kon-Tiki di Oslo, che ogni anno accoglie centinaia di migliaia di visitatori: undici tronchi immobili in una sala silenziosa, che per centouno giorni furono l'unica cosa fra sei uomini e un oceano che quasi nessuno credeva possibile attraversare in quel modo. Resta lì, sospesa fra l'impresa riuscita e la teoria non confermata, a ricordare che a volte la scienza si smentisce proprio mentre il coraggio sembra darle ragione.

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