Fasc. 024·16·09·2026
Tom, Dick e Harry: i tre tunnel di Stalag Luft III
Nella primavera del 1944 settantasei prigionieri alleati sgusciarono fuori da un campo di prigionia tedesco attraverso un cunicolo scavato a mano, nove metri sotto terra. Quasi tutti furono ripresi: per molti di loro la fuga sarebbe costata la vita.
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Alle 22:30 del 24 marzo 1944 un uomo infreddolito emerge da un buco nella neve, appena oltre il filo spinato di un campo di prigionia nella Slesia tedesca (oggi Żagań, in Polonia). Ha scavato per mesi, respirando aria viziata a nove metri di profondità, e ora si trova all'aperto, nel buio, con un passaporto falso in tasca e centinaia di chilometri da percorrere prima di essere di nuovo un uomo libero. Dietro di lui, in fila nel tunnel, aspettano altri settantacinque uomini.
Stalag Luft III era un campo della Luftwaffe destinato agli aviatori alleati abbattuti sui cieli d'Europa: inglesi, canadesi, australiani, polacchi, norvegesi, sudafricani. I tedeschi lo consideravano quasi inespugnabile. Le baracche erano sollevate da terra per rendere visibili eventuali scavi, il terreno sabbioso e giallo si distingueva a colpo d'occhio da quello grigio in superficie, e microfoni sepolti nel sottosuolo dovevano cogliere il rumore di badili. Fu proprio quella sicurezza a spingere un gruppo di prigionieri, guidato dal pilota sudafricano Roger Bushell (conosciuto nel campo come "Big X"), a concepire un piano fuori scala: non un tunnel, ma tre, scavati in contemporanea, così che la scoperta di uno non compromettesse gli altri.
Tom, Dick e Harry
Ai tre cunicoli furono dati nomi in codice: Tom, Dick e Harry. Gli uomini li scavarono con attrezzi improvvisati, spesso ricavati da posate e assi dei letti, sorretti da centinaia di tavole di legno sottratte alle brande (tanto che, col tempo, i prigionieri finirono per dormire su reti quasi nude). Il tunnel Harry, quello che avrebbe funzionato, arrivava a circa nove metri di profondità per oltre cento metri di lunghezza, con tanto di rotaie per far scorrere carrelli di sabbia, un sistema di ventilazione fatto con scatolette di latta e persino un'illuminazione elettrica agganciata abusivamente alla rete del campo.
Il problema più delicato non era scavare, ma nascondere la sabbia estratta: chiara, diversa da quella superficiale, non poteva semplicemente essere ammucchiata. Nacque così la squadra dei "pinguini": uomini che portavano addosso sacchetti nascosti nei pantaloni, li aprivano con un cordino mentre passeggiavano nel campo e disperdevano la sabbia camminando, un po' alla volta, come pinguini che dondolano. Si calcola che in questo modo vennero smaltite quasi ventimila secchiate di terra.
Attorno ai tunnel crebbe un'intera officina clandestina, tanto organizzata da meritarsi, tra i prigionieri, il soprannome scherzoso di "agenzia di viaggi Dean & Dawson". C'erano sarti che ricavavano abiti civili dalle uniformi tinte con il caffè solubile e dalle coperte, cartografi che copiavano a mano mappe della Germania procurate di nascosto, e un piccolo esercito di falsari che riproduceva timbri, lasciapassare e documenti d'identità tedeschi, spesso partendo da fotografie scattate ai compagni con macchine fotografiche introdotte clandestinamente nel campo. Ogni evaso avrebbe dovuto uscire con un'identità credibile, un piano di viaggio e persino un pretesto plausibile per il proprio accento straniero: un lavoro di falsificazione che, per rifinitura e volume, non aveva eguali in nessun altro campo di prigionia del conflitto.
La notte della fuga
Quando, nel gennaio 1944, il tunnel Tom fu scoperto dai tedeschi, il lavoro si concentrò su Harry. La notte del 24 marzo, sotto un cielo gelido, iniziarono le uscite: uno alla volta, a intervalli di pochi minuti, gli uomini strisciavano lungo il cunicolo fino all'uscita, che per un contrattempo si rivelò più corta del previsto e sbucava a pochi metri dal bosco anziché dentro di esso, ben visibile alle guardie. Il ritmo delle uscite rallentò, un allarme aereo bloccò per un'ora l'elettricità, e all'alba, quando una sentinella si accorse finalmente del foro, erano riusciti a passare solo settantasei uomini su oltre duecento che avevano sperato di farcela.
La conseguenza sproporzionata
Dei settantasei evasi, la quasi totalità fu ricatturata nei giorni successivi lungo strade, stazioni e porti di tutta la Germania. Solo tre riuscirono a raggiungere la salvezza: i norvegesi Per Bergsland e Jens Müller, e l'olandese Bram van der Stok, che passando per la Francia e la Spagna tornarono in territorio alleato. Per gli altri, la fine fu tragica: Hitler in persona, furioso per l'affronto, ordinò rappresaglie esemplari. Cinquanta dei prigionieri ripresi, tra cui lo stesso Roger Bushell, furono fucilati dalla Gestapo in violazione della Convenzione di Ginevra, con la motivazione ufficiale, poi smentita, che fossero stati uccisi mentre tentavano una nuova fuga.
La notizia delle esecuzioni, arrivata al campo settimana dopo settimana, cambiò per sempre l'atteggiamento dei prigionieri sopravvissuti verso le fughe di massa: gli ufficiali alleati stabilirono in seguito che imprese così rischiose andavano evitate, salvo casi eccezionali, perché il prezzo pagato dai catturati era ormai chiaro.
La vicenda, raccontata per la prima volta dallo scrittore ed ex prigioniero Paul Brickhill nel libro The Great Escape del 1950, divenne nel 1963 un film di enorme successo con Steve McQueen: la celebre scena della moto che salta il filo spinato è però un'invenzione hollywoodiana, aggiunta per lo star system americano. Nessuno, quella notte di marzo, fuggì in sella a una motocicletta. Fuggirono in silenzio, uno dopo l'altro, dentro un buco scavato a mano nella sabbia gialla della Slesia, sapendo che la libertà, per quasi tutti loro, sarebbe durata pochi giorni.
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