Fasc. 041·03·10·2026
Tsutomu Yamaguchi: da Hiroshima a Nagasaki, nel giro di tre giorni
Un ingegnere giapponese si trova a Hiroshima il mattino del 6 agosto 1945. Tre giorni dopo, a centinaia di chilometri di distanza, il cielo si illumina di nuovo mentre lui sta raccontando ai colleghi quello che ha visto.
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Alle otto e un quarto del mattino del 6 agosto 1945, Tsutomu Yamaguchi stava camminando verso il cantiere navale della Mitsubishi, a Hiroshima, quando vide un aereo americano lasciar cadere qualcosa sostenuto da un piccolo paracadute. Un attimo dopo il cielo si aprì in un lampo bianco che gli bruciò i timpani e lo scaraventò a terra. Aveva trent'anni, era un ingegnere navale in trasferta da tre mesi, e quello era il suo ultimo giorno previsto in città: il giorno dopo sarebbe tornato a casa, a Nagasaki, dalla moglie e dal figlio appena nato.
Il primo lampo
Yamaguchi si rialzò ustionato su tutto il lato sinistro del corpo, con i timpani lesionati e temporaneamente accecato. Intorno a lui, Hiroshima non esisteva più: la bomba atomica Little Boy aveva raso al suolo la città in pochi secondi, uccidendo decine di migliaia di persone all'istante. Trovò due colleghi sopravvissuti, passò la notte in un rifugio antiaereo tra i feriti e i moribondi, e il giorno dopo, come previsto, prese un treno per Nagasaki. Era l'8 agosto. Arrivato a casa, si fece medicare le ustioni e si presentò comunque in ufficio la mattina successiva, bendato, per riferire ai superiori quanto accaduto.
È qui che la storia smette di sembrare plausibile e diventa quasi insopportabile da credere. Il 9 agosto, mentre Yamaguchi raccontava al suo capo dell'esplosione che aveva vissuto tre giorni prima, descrivendo una singola bomba capace di distruggere un'intera città, il dirigente gli rispose, secondo la ricostruzione che Yamaguchi stesso avrebbe fatto decenni dopo, che era impossibile: un solo ordigno non poteva avere una potenza simile. In quel preciso istante, alle 11:02, un secondo lampo bianco illuminò la stanza.
La seconda esplosione
Fat Man era appena esploso su Nagasaki, a circa tre chilometri dall'ufficio dove si trovava Yamaguchi. L'onda d'urto sfondò le finestre e lo scagliò di nuovo a terra, tra le macerie dello stesso edificio in cui stava raccontando la prima bomba. Ancora una volta uscì vivo, ancora una volta coperto di polvere e vetri, ancora una volta tra i corpi di chi non ce l'aveva fatta. Corse a cercare la famiglia: la moglie Hisako e il figlio Katsutoshi erano usciti di casa per procurarsi un unguento proprio per le ustioni del marito, e questo, paradossalmente, li aveva messi al riparo dall'esplosione diretta; la casa fu comunque distrutta.
Yamaguchi passò i giorni successivi febbricitante, con il corpo coperto di ustioni, perdendo temporaneamente l'udito e i capelli per le radiazioni, come migliaia di altri hibakusha, i sopravvissuti alle bombe atomiche. Sopravvisse anche a questo. Si riprese, tornò a lavorare come traduttore e insegnante, ebbe altri due figli ed ebbe anche, per decenni, poco interesse a raccontare pubblicamente la propria storia: come molti hibakusha, temeva lo stigma sociale che in Giappone colpiva i sopravvissuti, spesso considerati a rischio di malattie genetiche o portatori di una sorta di marchio invisibile.
Il riconoscimento tardivo
Per oltre sessant'anni la vicenda di Yamaguchi restò una voce tra le tante, difficile da verificare con certezza assoluta nei dettagli minori, pur essendo ben documentata nei fatti principali. Si stima che circa 165 persone siano sopravvissute a entrambi i bombardamenti, trovandosi per lavoro o per caso nella zona colpita di entrambe le città; ma Tsutomu Yamaguchi fu, nel marzo 2009, l'unico che il governo giapponese riconobbe ufficialmente come nijuu hibakusha, "doppio sopravvissuto", con tanto di certificato che attestava la sua presenza comprovata in entrambi i luoghi nei momenti delle esplosioni.
Negli ultimi anni di vita, ormai novantenne, Yamaguchi decise di parlare. Scrisse memorie, rilasciò interviste, incontrò registi e giornalisti stranieri, e si trasformò in un testimone instancabile per il disarmo nucleare. In un'intervista rimasta celebre disse:
"La ragione per cui odio le armi nucleari è legata al fatto di essere stato esposto due volte alle radiazioni e di essere sopravvissuto. Ciò che mi è successo potrebbe accadere di nuovo a qualcun altro."
Morì il 4 gennaio 2010, a 93 anni, per un tumore allo stomaco, la stessa categoria di malattie che aveva colpito per decenni gli hibakusha di entrambe le città. Prima di morire fece in tempo a vedere il proprio caso raccontato in un documentario, Nijuhibaku, e a ricevere la visita di registi e attivisti arrivati da tutto il mondo per ascoltare, dalla sua voce, un'esperienza che nessun altro essere umano riconosciuto ufficialmente aveva attraversato per intero, due volte, a distanza di tre giorni.
Resta, nella sua storia, un dettaglio che continua a disorientare più di ogni cifra sulle vittime: la frase pronunciata un attimo prima del secondo lampo, quella convinzione che una sola bomba non potesse bastare a spiegare l'orrore già visto. Yamaguchi aveva ragione due volte: la bomba bastava, e ne sarebbe arrivata un'altra, identica nella potenza e insieme diversa, a dimostrarlo mentre lui stesso la stava ancora raccontando.
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