Scritto di notte
rivista di divulgazione culturale

Fasc. 030·23·10·2026

McCartney voleva solo un rumore sporco. Manson vi trovò la fine del mondo

La storia di come Charles Manson trasformò il White Album dei Beatles nella colonna sonora di una strage.

Nella notte tra il 9 e il 10 agosto 1969, in una casa di Los Angeles appartenuta a Leno e Rosemary LaBianca, qualcuno intinse un dito nel sangue della coppia appena uccisa e scrisse su una porta del frigorifero due parole: "Healter Skelter". Sbagliate, scritte di fretta, ma inequivocabili. Erano il titolo di una canzone dei Beatles uscita meno di un anno prima. Chi le aveva vergate non stava firmando un omaggio musicale: stava chiudendo, nella sua testa, il cerchio di una profezia.

Quella profezia aveva un nome, Charles Manson, e una fonte che nessuno, tanto meno chi l'aveva scritta, avrebbe mai immaginato: il cosiddetto White Album, il disco omonimo dei Beatles pubblicato nel novembre 1968.

Uno scivolo, non un incubo

Helter Skelter nasce da un equivoco quasi comico, se non fosse per come è finita. Paul McCartney, racconterà più volte negli anni, lesse un'intervista su una rivista musicale britannica in cui Pete Townshend degli Who descriveva I Can See for Miles come il brano più sporco, rumoroso e violento mai registrato dal suo gruppo. McCartney, competitivo per natura, decise di scrivere qualcosa di ancora più grezzo: un pezzo che suonasse come un crollo, non come una canzone ben costruita.

Il titolo gli venne da un'attrazione dei luna park inglesi, lo "helter skelter", uno scivolo a spirale che si arrampica su una torre di legno e da cui si scende velocissimi, in un misto di euforia e vertigine. Per McCartney era una metafora semplice: la vita, un impero, una civiltà che sale fino in cima e poi scivola giù di nuovo, in un ciclo che si ripete. Non c'era nulla di apocalittico nelle sue intenzioni: era un brano su un gioco, suonato come se gli strumenti stessero per rompersi. Ringo Starr, alla fine della session definitiva, urlò la frase (poi diventata celebre) di avere le vesciche alle dita per quanto aveva suonato la batteria.

Il profeta nel deserto

A migliaia di chilometri da Abbey Road, un ex detenuto di piccola taglia e grande carisma stava costruendo, nel deserto californiano, qualcosa che chiamava "la Famiglia": un gruppo di giovani, soprattutto donne, convinti che Charles Manson fosse una figura messianica. Manson ascoltava il White Album in loop e vi proiettava sopra un delirio che mescolava Bibbia, razzismo e megalomania.

Convinse i suoi seguaci che l'album annunciasse una guerra razziale imminente negli Stati Uniti. In Piggies vedeva un ritratto della borghesia bianca destinata a essere sterminata; in Blackbird un invito alla rivolta della popolazione afroamericana; nei rumori sperimentali di Revolution 9 una colonna sonora del Libro dell'Apocalisse, capitolo nove, quello delle cavallette con il volto umano. E in Helter Skelter, con il suo testo sul salire e scendere, leggeva (o meglio, voleva leggere) l'immagine di un mondo che crolla su se stesso. Chiamò quella guerra, e il caos che l'avrebbe seguita, proprio "Helter Skelter": secondo il suo disegno, lui e i suoi avrebbero dovuto innescarla con una serie di omicidi fatti apparire come opera di militanti neri, per poi rifugiarsi in una grotta del Death Valley e, una volta finita l'ecatombe, emergere a guidare i superstiti.

È una ricostruzione che resta in parte materia processuale e in parte leggenda alimentata dallo stesso Manson, sempre pronto a mitizzare se stesso davanti ai giornalisti e ai giurati. Ma che quella lettura esistesse, e che fosse alla base degli omicidi del 1969, è un fatto accertato nei processi che seguirono.

Le notti di agosto

Il 9 agosto, nella villa di Cielo Drive, quattro membri della Famiglia uccisero l'attrice Sharon Tate, incinta di otto mesi, e altre quattro persone presenti in casa. La notte seguente fu la volta dei LaBianca, scelti quasi a caso. In entrambe le scene del crimine furono lasciate scritte sui muri, parole che gli investigatori all'inizio non seppero decifrare: "Pig", "Rise", e appunto "Healter Skelter". Solo mesi dopo, durante le indagini, il vice procuratore distrettuale Vincent Bugliosi ricostruì il filo che collegava quelle scritte all'ossessione di Manson per il disco dei Beatles, trasformando quella connessione in uno dei cardini dell'accusa.

Bugliosi vinse il processo, Manson e i suoi complici furono condannati, e nel 1974 lo stesso magistrato pubblicò Helter Skelter: The True Story of the Manson Murders, diventato uno dei libri di true crime più venduti di sempre. Fu quel libro, più ancora del processo, a fissare per sempre nella memoria collettiva americana il nome di una canzone pop accanto a quello di una delle stragi più scioccanti del secolo.

Il disco che McCartney non riconosceva più

Paul McCartney ha ripetuto per decenni, in interviste e autobiografie, che l'accostamento lo ha sempre turbato profondamente. Ha raccontato di aver scritto Helter Skelter pensando a un ottovolante e a un rumore che somigliasse al crollo di un impero, non a un ordine di uccidere. In un'intervista ha definito "spaventoso" scoprire che un pazzo potesse trasformare una sua canzone sul divertimento in un manifesto di morte.

Resta una domanda che la storia della musica si è posta più volte, da Robert Johnson in giù: che cosa succede a un'opera quando esce dalle mani di chi l'ha scritta? Nessuna intenzione dell'autore può impedire a qualcuno, da qualche parte, di trovarci dentro esattamente quello che vuole trovarci. McCartney voleva solo lo scivolo. Manson vi vide, o decise di vedervi, la fine del mondo.

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