Fasc. 029·22·10·2026
Ry Cooder andò a L'Avana per registrare un disco africano. Trovò Cuba
La storia di Buena Vista Social Club, il disco che nel 1997 riportò alla ribalta mondiale musicisti cubani ottantenni dimenticati.
Nella primavera del 1996 un gruppo di musicisti africani avrebbe dovuto sbarcare a L'Avana con gli strumenti e i documenti in regola. Non arrivò mai: i loro passaporti, bloccati da un problema burocratico a Parigi, restarono fermi in un cassetto, e il progetto che il produttore inglese Nick Gold aveva messo in piedi, un incontro tra musicisti del Mali e musicisti cubani, si trovò improvvisamente senza metà del cast. A Cuba, ad aspettare con lo studio già prenotato e i musicisti già in albergo, c'era il chitarrista americano Ry Cooder, arrivato con un permesso speciale del governo statunitense: l'embargo verso Cuba era, ed è ancora, severissimo, e per registrare lì un cittadino americano doveva ottenere un'autorizzazione dall'Ufficio per il controllo dei beni esteri del Tesoro. Con l'aereo dal Mali che non sarebbe arrivato, Gold e Cooder decisero di non sprecare né i giorni di studio né il permesso, e virarono su un disco interamente cubano.
Un elenco di nomi quasi dimenticati
A costruire la lista dei musicisti ci pensò Juan de Marcos González, bandleader e chitarrista che da tempo inseguiva l'idea di riunire i grandi della musica popolare cubana prerivoluzionaria, molti dei quali erano scomparsi dalle scene da decenni. Non erano ragazzi: il chitarrista e cantante Compay Segundo aveva ottantanove anni e aveva lavorato come operaio in una fabbrica di sigari per gran parte della vita, continuando a suonare nei bar la sera. Il pianista Rubén González non possedeva nemmeno più uno strumento in casa e si diceva si fosse quasi ritirato per l'artrite alle mani. Il cantante Ibrahim Ferrer fu convinto a presentarsi in studio quasi per caso: lustrava scarpe o vendeva biglietti della lotteria per arrotondare la pensione, e secondo il racconto diventato celebre, Juan de Marcos andò a cercarlo casa per casa per una sola canzone. Restò per l'intero disco. Si aggiunsero la cantante Omara Portuondo, il chitarrista e cantante guajiro Eliades Ochoa, e il bassista Orlando «Cachaíto» López, nipote di uno degli inventori del mambo, Orestes López.
Registrarono tutto in circa una settimana, tra il 2 e il 7 marzo 1996, negli storici studi Areito dell'etichetta statale EGREM, le stesse sale dove negli anni Cinquanta si era registrata gran parte della musica che l'isola aveva prodotto prima della rivoluzione del 1959 e del lungo isolamento che ne seguì. Il nome del disco arrivò quasi da sé: il Buena Vista Social Club era stato un circolo sociale del quartiere di Buenavista, all'Avana, uno dei tanti club privati, alcuni per operai, altri per categorie professionali, dove prima del 1959 i cubani si riunivano per suonare, ballare e giocare a carte. Il circolo era chiuso da tempo, ma il nome evocava esattamente ciò che il disco voleva restituire: un mondo musicale sepolto sotto decenni di storia.
Il successo che nessuno aveva previsto
Buena Vista Social Club uscì nel settembre 1997 e nel giro di pochi mesi diventò un fenomeno che la musica cubana non aveva mai conosciuto fuori dai propri confini: vendette alla fine oltre otto milioni di copie nel mondo, vinse il Grammy per la miglior interpretazione tropicale latina nel 1998, e portò quegli stessi musicisti, con un'età media vicina agli ottant'anni, su palchi come il Carnegie Hall di New York nel 1998. Due anni dopo il disco, il regista Wim Wenders trasformò la storia in un documentario, Buena Vista Social Club (1999), seguendo il gruppo da L'Avana ad Amsterdam fino a quel concerto newyorkese: le immagini di Compay Segundo che fuma un sigaro enorme passeggiando per Manhattan, o di Ibrahim Ferrer incredulo davanti ai grattacieli, fecero il giro del mondo tanto quanto la musica.
Non tutto, però, fu celebrazione senza ombre. Negli anni successivi emersero polemiche, mai del tutto chiarite pubblicamente, sulla distribuzione dei guadagni tra i musicisti cubani, l'etichetta World Circuit e i produttori: diverse fonti giornalistiche hanno raccontato che alcuni dei protagonisti, pur diventati famosi in tutto il mondo, non videro una parte proporzionata dei ricavi miliardari generati dal disco e dal film. C'è anche chi, soprattutto a Cuba, ha fatto notare con una punta di amarezza che fu un musicista americano, Cooder, a ricevere gran parte dei riflettori e persino il Grammy come produttore, per un repertorio che i musicisti cubani interpretavano da una vita intera senza che nessuno, fuori dall'isola, se ne fosse accorto prima.
Una stagione breve, un'eredità lunga
La fama arrivò tardi per quasi tutti loro, e il tempo per goderne fu inevitabilmente corto. Rubén González morì nel 2003, a ottantaquattro anni; Compay Segundo lo stesso anno, a novantacinque; Ibrahim Ferrer nel 2005, a settantotto, dopo aver pubblicato anche alcuni album solisti nati dal successo del gruppo. Negli ultimi concerti, chi li vide raccontava di un pubblico fatto in gran parte di spettatori europei e americani che probabilmente non conosceva il son, il bolero o la guaracha prima di quel disco, e che pure cantava a memoria melodie scritte decenni prima a Cuba, in un'isola che per gran parte dell'Occidente era rimasta, fino a quel momento, poco più che un nome sulla cartina.
Resta da chiedersi cosa abbia davvero colpito milioni di ascoltatori in quel disco: la musica in sé, con le sue armonie e i suoi ritmi, o l'idea stessa di quei volti segnati dal tempo, tornati a suonare come se gli anni passati senza pubblico non fossero mai esistiti.
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